La rabbia dei marocchini: “I profughi ci rubano il lavoro”



«Questi vengono dai centri di accoglienza, non pagano per mangiare, per vestirsi, per dormire e possono accettare anche due euro l’ora per la raccolta dei pomodori. Noi no. Abbiamo spese, famiglia, auto. E così si sono presi tutti i posti. Ora i padroni vogliono solo loro. E noi siamo rimasti a braccia incrociate, senza far niente. Senza soldi e con i nostri figli che non hanno da mangiare».

Abdul è un marocchino, vive da dieci anni in Italia. Di sfoghi così ne hanno ascoltati tanti questa estate i sindacalisti della Flai Cgil, impegnati sul campo per tutelare i diritti degli immigrati.

«Sì – conferma Giovanna Basile, segretario provinciale della Flai -. La raccolta dei pomodori è stata affidata, nella Piana del Sele, soprattutto a immigrati subsahariani, molti di loro ospiti nei Cas. Da giugno ad agosto si sono visti solo loro nei campi. Hanno sostituito, almeno per questo tipo di lavoro, nordafricani, bulgari e rumeni che per anni sono stati invece la manodopera tipica per questa stagione».

«La legge 199, quella contro il caporalato – aggiunge la Basile – non ha portato risultati concreti. Non ha messo fine al caporalato, non ha messo fine allo sfruttamento. Soprattutto nell’agricoltura, ma non solo. Ci sono certo anche aziende in regola. Ma altre – e non sono poche – continuano a utilizzare il lavoro nero e sottopagato. Direi anzi che quest’anno la situazione è peggiorata. Ce ne siamo accorti subito, quando abbiamo operato come sindacato di strada, a stretto contatto con i lavoratori. Nella stagione dei pomodori i raccoglitori sono stati pagati venti euro al giorno, per dieci giorni di lavoro. Tutti i giorni. Sette su sette».

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«In genere – continua Giovanna Basile – la paga varia tra due euro e cinquanta a tre euro l’ora. Dipende dal prodotto. Più è costoso e più il lavoratore ha la speranza di racimolare qualcosa di più. Le condizioni sono pessime naturalmente. E il lavoro nero abbastanza diffuso. Ma nessuno parla, nessuno denuncia. Gli stranieri hanno necessità di guadagnare anche per mandare qualche soldo a casa. Gli italiani hanno bisogno di denaro per garantirsi la sopravvivenza. Temono di perdere anche quel poco che hanno. E quindi accettano tutto, anche lavori senza contratti, senza tutele, paghe da fame e orari disumani».

Ovviamente, agli italiani, il lavoro lo avevano già rubato i marocchini. Ma di questo, alla Cgil, non è mai importato.



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