Genova: Imam e Moschea finanziati da terroristi islamici



Notizia sempre più allarmanti riguardo la cellula islamica con base alla moschea di Genova

Il 21 dicembre del 2016 Mohamed Naji, l’imam marocchino che coordina il centro di preghiera di via Castelli, a Sampierdarena, e per parecchio tempo ha svolto attività anche nella mosche di vico Amandorla, in centro storico, telefona in questura, a Genova.

Naji si rivolge ai poliziotti in qualità di interprete per aiutare «un amico». L’amico è Abdelkader Alkourbo, libico, è stato arrestato dodici mesi prima nel porto di Genova per di riciclaggio di auto e il sospetto di svolgere quell’attività per finanziare il terrorismo: ISIS.

Nel suo telefonino, e in quello dei due connazionali che viaggiavano con lui – Muhammad Mosa e Mohamed Abdel Amar – vengono trovati elementi che portano gli investigatori a definirli di «evidente e comprovata adesione all’ideologia religiosa islamica radicale e in particolare a quella riconducibile all’Isis». In tasca hanno una sentenza di un tribunale inglese su trafficanti d’auto accusati di supportare la jihad. I tre rimangono 40 giorni in cella, poi vengono scarcerati per mancanza di prove.

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Di Alkourbo al polizia perde le tracce, fino al dicembre 2016, quando si ripresenta accompagnato, insolitamente, dall’imam residente a Genova (che aveva detto di conoscerlo solo superficialmente), per recuperare i propri oggetti personali, rimasti in possesso della polizia dalla scarcerazione. Non è l’unico particolare anomalo di questa vicenda, che ha portato gli inquirenti, lo scorso luglio, a perquisire cinque persone – tre libici, un siriano e un tunisino – perché sospettate di terrorismo . Il gruppo gravita «nello stesso circuito relazionale» di Naji e Alkourbo, e frequentava la moschea di Naji, anche lui indagato. Perché, si chiede allora la Guardia di Finanza, quest’ultimo inviava al predicatore «rimesse economiche»? I trasferimenti scoperti dai militari sono almeno tre: 500 euro, il 5 gennaio del 2013; 900 euro, il 13 gennaio 2013; e 200 euro, il 1 febbraio 2013. Qual era la motivazione di quei pagamenti? Dalle intercettazione di polizia e Fiamme Gialle emerge un altro elemento: Alkourbo, in arrivo dalla Tunisia, avrebbe chiesto a Naji di procurargli «documenti falsi» per le auto.

Fra gli elementi più interessanti dell’inchiesta, coordinata dal pm Federico Manotti, ci sono una ventina di telefoni, altrettante targhe auto e 3.500 euro sequestrati a uno dei libici indagati.

È, quello finito nel mirino dei pm, uno dei nuclei sui quali da qualche mese gli inquirenti si erano concentrati con una serie di accertamenti «preventivi», intercettazioni soprattutto, estese pure a gruppi di nordafricani presenti fra Sanremo e Ventimiglia e fra Massa e La Spezia. Quindici immigrati islamici tenuti sotto stretta osservazione.

Sulla moschea le forze dell’ordine avevano già investigato lo scorso anno. Era infatti l’agosto del 2016 quando i poliziotti si erano presentati per eseguire una serie di perquisizioni e consegnare un avviso di garanzia all’imam Mohamed Naji, marocchino, da allora indagato ma sempre rimasto a piede libero (la questura gli ha respinto la richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno).

QUESTO IMAM FINANZIA ISIS E MINNITI NON LO ESPELLE!

Il centro “As Sunnah” è ritenuto in primis dalla Digos del capoluogo ligure uno dei luoghi da monitorare con più attenzione. Sia per le predicazioni salafite estremamente radicali, sia per la riservatezza che specie in passato ha accompagnato l’andirivieni dei suoi frequentatori – circa 200 quelli abituali secondo l’ultimo “censimento” compiuto dai carabinieri – la cui maggioranza è formata da nordafricani e in particolare da marocchini. Quelli di Barcellona.

Poi c’è ancora qualche squilibrato mentale che parla di realizzare moschee e approvare lo ius soli.



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