Rimini, il 15enne disse a amici: “Quella la ubriaco e la violento”

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Erano le loro amiche. Un gruppo WhatsApp condiviso, le sarate a Pesaro insieme, gli incontri alla stazione o in piazza Matteotti.

Margherita, Hiba e Irene, tre ragazze marocchine nate in Italia, hanno raccontato a Repubblica chi erano, e chi sono, quei tre amici minorenni che una settimana fa hanno stuprato una polacca e un transessuale a Rimini.

La mente delle ragazze torna ad una festa del 23 agosto. “K. disse una cosa che ci lasciò tutti di m… Aveva puntato una mia amica, Laura, che gli piaceva molto. Disse ‘adesso la faccio bere e poi la violento‘”. Le reazioni delle ragazze sono state differenti l’una dall’altra: “Qualcuno è scoppiato a ridere, un altro gli ha detto ‘ma sei scemo’, molti sono rimasti male. Io e le mie amiche del cuore, ad esempio. Laura si è spaventata moltissimo, ed è rimasta con noi tre tutta la sera, appiccicata a noi”.

Ecco chi era K, uno dei tre componenti del branco di Rimini. Le amiche, nonostante quelle parole, non avrebbero mai pensato che K. potesse arrivare a tanto. “Guarda che K. ci ha sempre trattato come sorelle, o cugine. Le nostre famiglie sono arrivate qui più o meno insieme, e le famiglie marocchine si aiutano molto. Ci faceva paura, certo, per come si comportava. Uno psicopatico. Parlava solo di uccidere e violentare. Era anche noioso, in questo. Ma non ci ha mai toccate, e noi comunque facevamo attenzione. Stavamo sempre insieme, noi tre”. Non certo uno stinco di santo. “K. eravamo sicure che prima o poi ammazzasse o violentasse qualcuno – dicono – Lo diceva sempre. È violento, vuole sempre fare a botte con tutti, se vede uno che non gli piace si alza e va a menarlo. Il controllore dell’autobus ad esempio. E gira con un coltellino, l’ha usato per ferire un altro ragazzo, che poi l’ha denunciato. Gli piacciono le ragazze, forse è un malato, diceva sempre di essere invalido, a me sembrava che stesse benissimo, a parte la psicopatia. Ha avuto molte fidanzate, tra cui una certa M., che sta abbracciata a lui sul profilo Facebook, e quando passava una ragazza le guardava il culo e diceva a noi ‘quella me la farei'”.

Il racconto fa accapponare la pelle. Anche quando una sera dopo lo stupro, mentre la polizia sta pattugliando la città alla ricerca dell’identikit dei componenti del branco, K., M. e Butuntu sono tranquillamente insieme agli amici. Erano alla stazione poche ore dopo l’orrore. A raccontarlo sono sempre le tre amiche, che li hanno sentiti parlottare tra loro. M. è preoccupato e chiede a K.: “Ma chi cercano? Magari c’è un politico? O un cantante? O stanno cercando qualcuno?”. Uno dei due po avrebbe detto “Sai cosa abbiamo fatto, no?”. E Butuntu: “Stai zitto, fra”.

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Quello che lascia ancor più a bocca aperta è il motivo per cui le tre amiche non abbiano denunciato i loro compagni. Mentre la polizia li cercava, infatti, erano scomparsi dal gruppo di WhatsApp e non si facevano più sentire. “Saranno loro?”, si chiedono. Poi la foto diffusa dagli investigatori, quella in cui sono di spalle, dicenta una prova. “Erano solo dei sospetti, come fai a dire che secondo te sono stati loro, chi ti crede?”.

Se le vostre figlie frequentano figli di afroislamici, fregatevene del politicamente corretto, e agite di conseguenza. Prima che finiscano stuprate su una spiaggia.




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