Stragi islamiche dei meticci, il rapper del PD le aveva previste e forse incitate

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Il futuro è il nostro lo vogliamo in esclusiva, stanchi di elemosinare diritti e metterci in fila.
Da Palermo a Torino scoppierà un casino, se l’Europa è un altra storia se Roma non è Berlino, è la paura di qualcosa che ormai vive qua vicino e non ti salverai.
Non sono un G2 Italiano col trattino, una fiat uno col bazooka sul tettino è la storia di un normale cittadino impazzito era clandestino adesso è un assassino.

Così cantava Amir Issaa insieme al deputato marocchino del PD, il fratello musulmano Chaouki.

“Per tanti anni i miei genitori mi hanno chiamato Massimo, sia a casa che in mezzo alla gente. Ma sui miei documenti c’è scritto bello chiaro, il mio nome è Amir Issaa”.
“L’Italia è un Paese ignorante, cui fa comodo dimenticare il proprio passato. Eravamo noi quelli sui barconi, abbiamo portato la mafia in America ma oggi puntiamo il dito contro i disperati che attraversano il Mediterraneo e li condanniamo senz’appello”. Amir Issaa è un rapper meticcio, come Ismail, come Youssef. Esaltato dalla stampa nichilista, fa parte di quel novero di individui divisi a metà, che per questo vuoto di identità diventa violento. E si rivolge all’identità del padre. Quasi sempre un delinquente che sposa una disadattata. Spesso, nella storia, sono i mezzosangue a guidare i nemici contro quella terra verso la quale provano un sentimento di odio dettato da rifiuto.

“Mia madre, la figlia di un fascista tutto d’un pezzo che decise di sposare un egiziano mettendosi contro tutta la famiglia. Fu uno scandalo ma il loro amore durò sino alla fine”. “Mio padre, piombato nel tunnel dell’eroina e passato da un carcere all’altro in giro per l’Italia. Ma sono a favore della legalizzazione delle droghe leggere, un tabù ridicolo”.

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Amir Issaa nel libro cita diversi brani dei suoi nove album e ricorda la petizione che ottenne 10 mila firme su Change.org e Caro presidente, un video-appello rivolto nel 2012 a Giorgio Napolitano per sensibilizzarlo sullo Ius soli: “L’Italia del domani sarà tutta colorata, gente con la pelle diversa che viene qui per cercare il proprio futuro”. Come i padri di Ismail, Youssef e Amir.

“Lo Ius soli è importante perché è in corso una rivoluzione e la storia non si può fermare”, dice con tono minaccioso, e pare di vedere quel camioncino bianco schiacciare bambini sul ponte di Londra.

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Amir, meticcio, ha gli occhi leggermente a mandorla (“mi chiamavano Er Cina”) e il tema della cosiddetta integrazione razziale, dei cosiddetti “italiani di seconda generazione” è una costante nei suoi pezzi che incitano, spesso, all’odio contro gli italiani, quelli veri. Nel 2014 fu al centro di una bufera in compagnia dell’estremista islamico per la Difesa, il deputato marocchino del PD Chaouki, per il suo brano Ius Music e venne accusato di incitamento all’odio.

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Ismail. Youssef. Issaa. Si sentono tanto soli. Vogliono altri come loro. Con l’approvazione dello Ius Soli ne avranno un esercito.




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