Addio ‘Happy Days’: perché la morte di ‘Joanie’ è la morte di una generazione



Erin Moran, l’attrice che interpretava Joanie Cunningham (la sorella di Richie in Happy Days) è morta ieri a 56 anni.

Il suo corpo senza vita è stato trovato dai soccorritori, allertati dal numero di emergenza 911, nella Harrison County (Indiana) dove viveva. Non sono ancora note le cause della morte. Originaria della California, Moran era apparsa anche in altre fortunate serie tv: “Love Boat”, “Beautiful” e “La signora in giallo”. Dopo gli anni di grande notorietà, però, aveva vissuto momenti difficili, con problemi di alcol e difficoltà economiche.

Gli appassionati fan di Happy Days ricorderanno Joannie anche con il soprannome con cui la chiamava Fonzie, “sottiletta”, a causa della sua magrezza. Secondo Tmz, sito specializzato in gossip e celebrità, l’attrice aveva lasciato roulotte in cui viveva con il marito. Era stata cacciata dalla madre del suo compagno, che non tollerava più i suoi problemi di alcolismo.

Henry Winkler, l’attore che interpretava Fonzie, su Twitter ha rivolto un saluto commosso alla sfortunata collega: “Oh Erin… ora finalmente avrai la pace che hai cercato invano su questa terra”. Profondo il dolore anche del regista Ron Howard, che da ragazzo interpretò Richie Cunningham: “Che triste notizia. Riposa in pace Erin. Cercherò sempre di ricordarti per le scene più belle”

Simbolico. Quella degli ‘Happy Days’ era l’America degli anni ’50: sana. E ingenuamente felice. Anche se già si intuivano i primi turbamenti che esploderanno poi con la confusione adolescenziale degli anni ’60. Anni felici e perduti per sempre: perché quella era un’America bianca, omogenea razzialmente e che quindi aveva un comune sentire e un comune progetto di esistenza.

Non è un caso che vengano ricordati come ‘Happy Days’, giorni felici. Come noi ricorderemo, rimpiangendoli, i nostri anni ’80, quando non c’erano immigrati, e le città erano vivibili. Ma si sa, le civiltà e le società tendono all’entropia. E l’entropia razziale ne è componente e causa principale.

Negli States la chiamano “death of despair”, la morte prematura causata da consumo di droga e alcol che ha travolto un’intera generazione di bianchi americani. Il tutto condito da suicidi e disoccupazione dilagante. Secondo una ricerca condotta da alcuni economisti di Princeton, dal 1998 c’è stato un impressionante aumento della mortalità per i bianchi statunitensi dai 45 ai 54 anni.

Nel 1999 la mortalità tra i bianchi americani di età compresa fra 50 e 54 anni, con diploma di scuola superiore, era più bassa del 30% di quella degli afro americani: nel 2015 è diventata più alta del 30%. Dalla fine del secolo scorso, gli uomini e le donne bianche tra 45 e 54 anni d’età hanno vissuto un’impennata delle «death of despair». Le cronache dei giornali americani sono piene di storie che raccontano proprio questa tragica realtà. Negli ultimi dieci anni negli Usa sono morte, considerata soltanto la suddetta fascia di età, 400.000 persone per overdose, 250.000 per alcolismo, e 400.000 per suicidio.

Uno studio, realizzato da Shannon Monnat professore della Pennsylvania State University, rivela che molti poveri e comunità bianche hanno votato Trump sperando di uscire dalla povertà e sfuggire alla dipendenza da alcol o droga.

Quali siano le cause reali di questo fenomeno è difficile dirlo con certezza, o meglio è complicato trovare un’unica motivazione. Quello che è certo è che negli Stati Uniti, soprattutto negli Stati più poveri, c’è stato (e perdura tuttora) un progressivo peggioramento delle condizioni di vita per i cittadini bianchi. I redditi hanno smesso in molti casi di aumentare da circa venti anni e la crisi economica iniziata nel 2008 ha ulteriormente aggravato la situazione.

L’elezione di Trump non è altro che una reazione, speriamo non tardiva, di quell’America bianca che vuole tornare. E che ora sta morendo, come ‘Joanie’, dei sogni perduti dell’adolescenza tra droghe, antidepressivi e alcolismo. La chiamano ‘morte bianca’, una epidemia che sta mietendo vittime nella classe media e proletaria statunitense, quella messa al muro dalla Globalizzazione e dall’immigrazione di massa.

Per questo la morte di Erin Moran non è, ‘soltanto’, la morte di una donna. E’ la morte di una generazione. E’ la morte degli ‘happy days’, sacrificati sull’altare del progressismo globale. Con l’immigrazione di massa ci stanno portando via i nostri ‘happy days’.



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