«Terroristi vittime, ingiusto immigrati facciano camerieri»

Lo scrittore triestino Mauro Covacich, ospite della trasmissione “Otto e mezzo”, condotta da Lilli Gruber su La 7, autore di romanzi come “La poetica di Unabomber”, interrogato dalla padrona di casa sull’attentato sventato a Venezia, ha espresso tesi che non possiamo non definire deliranti.

«Mi permetto di avere uno sguardo doppio, dentro e fuori – risponde Covacich – E così, se guardo a quei quattro ragazzi, quattro camerieri. penso cosa vedevano loro da piazza San Marco e vedevano una città che è diventata “Veniceland”. Porto la testimonianza di un mio amico fornaio che è stato costretto a licenziare sette dipendenti perché non vendeva più pane e adesso ha aperto un piccolo chiosco dove vende le magliette su Rialto. Vedo una città dove sfilano queste grandi navi in mezzo ai canali, praticamente la consacrazione di Sodoma e Gomorra».

Pur condividendo il disgusto per la commercializzazione che sta trasformando Venezia in una sorta di Disneyland, non vediamo cosa questo c’entri con gli attentati islamici.

Infatti poi Covacich si spiega, ma sarebbe stato meglio non lo avesse fatto: «Forse l’avevo presa troppo alla larga. Intendevo dire: siccome noi sappiamo che hanno una potenzialità di rischio altissima e riescono a perpetrare stragi senza neanche doversi procurare il tritolo, l’operazione non è quella di aumentare i controlli, semmai chiedersi come disinnescare a monte questo tipo di ragionamento. Quei quattro camerieri probabilmente, in un’altra epoca, non avrebbero avuto questo tipo di fanatismo perché sarebbero stati accolti diversamente. Se fossero diventati dei maître e avessero fatto carriera, probabilmente niente di tutto ciò sarebbe successo».

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Quindi è, come sempre, ‘colpa nostra’, come ci hanno insegnato nella religione antirazzista: culpa mea maxima culpa. Non sono loro a volerci eliminare, siamo noi che non siamo capaci di integrarli dando loro le opportunità che non diamo ai nostri ragazzi. Devono fare carriera, sennò si incazzano, gli islamici che migrano in Italia.

Deve essere una prerogativa degli scrittori progressisti, quella di non capire il mondo che li circonda.



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