Profugo terrorista: in Italia si lamentava del cibo, 6 carceri in quattro anni

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Emergono nuovi particolari sulla permanenza del profugo terrorista tunisino in Italia. Una protesta per ottenere lo status di rifugiato politico in quel di Lampedusa, con la distruzione del centro:

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Poi un altro per la qualità del cibo, ritenuta troppo scarsa nel centro di accoglienza Giovanna Romeo Sava di Belpasso, in provincia di Catania. È per questo motivo che Anis Amri, il tunisino s l’attentatore dello scorso lunedì a Berlino, è stato arrestato cinque anni fa dalle forze dell’ordine di Catania. In quell’occasione – era la notte tra il 22 e il 23 ottobre 2011 – il fancazzisti assieme a quattro connazionali picchia il custode e dà fuoco ad alcuni materassi della struttura, causando un incendio domato solo alcune ore dopo dai vigili del fuoco. Arrivava da Lampedusa, dove era sbarcato assieme a centinaia di altri giovani connazionali dopo la primavera araba. Lì aveva partecipato all’altra ‘rivolta’ di cui sopra.

Poi le esigenze religiose rispetto al cibo. Quando – a febbraio 2011 – è arrivato a Lampedusa, si è finto minorenne. Per questo motivo è stato trasferito nella struttura del Catanese dove ha passato alcuni mesi e ha iniziato un percorso scolastico. Interrotto dalla sommossa di quei giorni. Il centro di accoglienza di Belpasso è da questa mattina chiuso in silenzio stampa: a chi chiede informazioni, consigliano di mandare un fax.

Dall’hinterland etneo in poi, una serie di trasferimenti nei vari penitenziari isolani: prima il carcere catanese di piazza Lanza, per poco più di sei mesi, poi il trasferimento al Bodenza di Enna e, l’11 dicembre 2012, nel carcere di Sciacca. In base alla storia carceraria del tunisino, citata dall’agenzia giornalistica Ansa, resta lì per più di un anno. E viene accusato – il 28 maggio 2013 – di non trovarsi nel posto che gli era stato assegnato dall’amministrazione carceraria. Il 29 giugno, viene segnalato per intimidazione e sopraffazione dei compagni, il 17 ottobre per atteggiamenti offensivi. Il 31 gennaio 2014 arriva nel carcere di Agrigento: sarebbe stato segnalato – il 31 marzo e il 15 aprile – per disordini e sommosse, e poi – il 28 agosto – per intimidazioni. Quindi viene spostato – il 9 settembre – al carcere Pagliarelli di Palermo: qui sarebbe arrivata una ulteriore segnalazione, il 24 novembre, per inosservanza degli ordini. Resta al Pagliarelli per quattro mesi e il 10 gennaio 2015 è all’Ucciardone: il 16 gennaio e il 9 aprile viene accusato di atteggiamenti molesti nei confronti dei compagni.

La scarcerazione dall’Ucciardone arriva il 18 maggio 2015. Dopo quattro anni di carcere viene affidato all’ufficio immigrazione della questura di Palermo. A questo punto un altro trasferimento, l’ennesimo, stavolta nel Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Pian del lago, a Caltanissetta. Ma il meccanismo di rimpatrio s’inceppa. Alfano non lo espelle. Dalla Tunisia non arrivano i documenti, Anis Amri non viene rispedito a casa e di lui si perdono le tracce. Riappare in Germania mesi dopo. E poi uccide.




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