Roma, PD protesta per chiusura moschea abusiva: “Danno alla pace”

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Chiusa a Ostia moschea abusiva, la settima a Roma: “Centinaia di fedeli sfrattati”

Da oltre due settimane, i fedeli musulmani di Ostia non hanno più un luogo dove incontrarsi e pregare. E così, come sul litorale, avviene in altri quartieri della Capitale ogni volta che arrivano i sigilli a una moschea abusiva. La settimana scorsa è toccato all’Istituto culturale Islamico all’interno dell’ex-colonia Vittorio Emanuele III, sequestrato su disposizione del Comune di Roma, ma “non è stata fornita nessuna alternativa ai numerosi praticanti del centro di culto. Centinaia di persone, compresi anziani e bambini, sono state ‘sfrattate’ senza alcun rispetto”. La denuncia arriva dal consigliere dem Giovanni Zannola del X municipio, che ha raccolto le istanze dei fedeli del litorale.

“La concessione dei locali, che risaliva al 2006, andava senz’altro perfezionata per essere riportata nei canoni della regolarità: nessuno si è preso la briga di intraprendere un percorso di questo genere, nonostante la piena disponibilità a più riprese dimostrata dal responsabile dell’istituto Youssef Al Moghazi”. Una situazione di irregolarità “necessaria e inevitabile” per i diretti interessati, data la totale mancanza di luoghi di culto alternativi. Il 9 dicembre la preghiera all’aperto sul pontile di Ostia alla quale hanno partecipato una cinquantina di fedeli e i membri del Cail (Coordinamento Associazioni Islamiche del Lazio). Un rito di protesta come già ne abbiamo visti da settembre al Colosseo, all’Esquilino, nelle piazze di Roma est. Quello dell’ex-colonia Vittorio Emanuele III è il settimo centro chiuso a Roma nel giro di pochi mesi.

“Gli ex-consiglieri municipali che ora occupano posizioni di rilievo in Campidoglio probabilmente hanno già dimenticato che nel gennaio del 2015 il X municipio ha istituito l’Ufficio della Pace e del Dialogo – conclude il consigliere Zannola – la chiusura ‘coatta’ del centro islamico è in netto contrasto con la politica di integrazione che si intendeva proporre con quell’atto e vìola il diritto di professione religiosa garantito dalla Costituzione”.

Forse Zannola non si è accorto, ma ‘pace e dialogo’ sono finiti sotto un camion. Come il suo senso della realtà.




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