Lombardia: caccia a moschee abusive

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E’ pronta la ‘mappatura’ delle moschee, dei centri islamici o delle scuole coraniche presenti in Lombardia. In tutto sono stati 664 i Comuni che hanno risposto alla richiesta dell’assessore regionale al Territorio, Viviana Beccalossi, che nei mesi scorsi ha lanciato una sorta di censimento. Il Comune di Milano ha risposto all’appello di Palazzo Lombardia, ma la Beccalossi lamenta una scarsa “trasparenza” da parte di Palazzo Marino. “Alcuni Comuni – attacca l’assessore – pur rispondendo alla nostra lettera, dimenticano di segnalare situazioni quanto meno sospette. Prima fra tutte l’amministrazione comunale di Milano che per quanto riguarda la presenza di luoghi di culto islamici ci rimanda al Piano di governo del territorio, senza indicare casi evidenti di moschee ‘clandestine’ contro le quali lo stesso Comune di Milano è dichiarato parte civile in azioni legali promosse da privati cittadini”.

Dei 664 Comuni che hanno risposto alla richiesta dell’assessore, 66 sono nel Milanese. Tra le province più ‘attive’ spiccano Brescia, dove hanno risposto 105 Comuni, e Bergamo (92). “Così come la maggior parte dei profughi non raccontano la verità e sono in realtà clandestini, senza alcun requisito per ottenere il diritto d’asilo, in Lombardia esistono molti luoghi di culto ‘mascherati’ da associazioni culturali islamiche in siti nei quali non esistono i presupposti amministrativi, urbanistici e di sicurezza per esercitare il culto”, ha sottolineato la Beccalossi. “In questi giorni – aggiunge l’assessore – i miei uffici completeranno il lavoro di mappatura delle segnalazioni e, assieme al presidente Maroni, valuteremo come utilizzare al meglio questi dati, in un’ottica di collaborazione con gli enti locali e le forze dell’ordine, in nome della trasparenza che deve essere garantita sempre, sia per chi nei luoghi di culto si reca per pregare sia di chi, come noi, a fronte di fenomeni spesso troppo ‘grigi’, ha il sacrosanto diritto di vigilare”. Rispondere al censimento non era obbligatorio per i Comuni, ma “nel 10 per cento dei casi sono emerse situazioni che rispondono alle preoccupazioni insite nel contenuto della lettera, ovvero meritevoli di approfondimento e controllo perché dietro alla dicitura ‘centro culturale islamico’ potrebbe nascondersi anche un luogo di culto privo di alcuna autorizzazione a svolgere questo tipo di attività”.




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