«In Crimea gli italiani vittime di un genocidio»

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La mostra a Palazzo Galli “La tragedia dimenticata – Gli italiani di Crimea”, che presenta al pubblico i risultati della ricerca – finanziata da Assopopolari – sugli italiani di Crimea e sui soldati dell’Armir, fatti prigionieri dall’Armata Rossa e finiti ai lavori forzati nel gulag kazako di Karaganda, è stata inaugurata sabato 29 ottobre. Dopo il saluto iniziale del presidente della Banca di Piacenza Giuseppe Nenna, il convegno è entrato nel vivo della questione storica. «Volevamo ricordare gli italiani in Crimea – ha detto l’avvocato Corrado Sforza Fogliani, presidente di Assopopolari – e abbiamo invitato Pietro Amani, un superstite piacentino. Quella di oggi è una pagina totalmente ignorata dalla maggioranza degli italiani, a causa del pensiero unico che spesso condiziona troppo la stampa, impegnata a ricordare solamente alcune parti della Storia. Questo fatto tragico è stato taciuto per 73 anni. Sono tempi tristi, ma gli uomini coraggiosi sanno trovare momenti di orgoglio. Non dico che oggi assistiamo a una revisione, ma veniamo a sapere fatti taciuti per tanto tempo, dopo le foibe abbiamo conosciuto il genocidio armeno. Ora è la volta degli italiani in Crimea. La colonia di Crimea composta da duemila italiani, nella notte del 24 gennaio 1942, venne rastrellata e spedita in un gulag kazako grande come la Lombardia e il Piemonte insieme. Su duemila ne ritornarono vivi solamente pochi. I superstiti si organizzarono in un’associazione: l’anno scorso riuscirono ad avvicinare Putin, che ha firmato anche agli italiani un diritto al risarcimento per “genocidio”». «Come Assopopolari – ha proseguito nell’introduzione Sforza Fogliani – rappresentiamo le banche più vicine al territorio non solo per la nostra tradizionale attività bancaria. Abbiamo finanziato la presenza in Kazakistan di due ricercatori: oggi presentiamo i primi risultati che sono stati reperiti. È un modo per fare giustizia, soprattutto per i nostri giovani, a cui viene presentata sistematicamente solo una parte della Storia. Questi giovani che giudizio possono dare e come possono credere in una democrazia che illustra una sola storia? Che giudizio può dare della classe dirigente? Ecco un’altra parte della verità sottaciuta per 70 anni».

Presente alla mostra anche il sindaco di Piacenza Paolo Dosi che ha ringraziato la Banca e l’avvocato Sforza Fogliani per l’invito. «Pagine colpevolmente dimenticate – ha sottolineato il primo cittadino – di cui non possiamo ignorare le vicende. Voglio salutare la presenza del signor Pietro Amani, memoria storica della vicenda». «C’è la necessità di fare memoria storica – ha aggiunto il presidente del consiglio comunale Christian Fiazza – di questo Paese. La storia, lo sappiamo, la scrivono i vincitori. E noi alla fine della Seconda Guerra Mondiale non lo eravamo. Oltre ai giovani, non so quanti quarantenni sanno cosa sono i gulag. Dove c’era il gulag ora c’è una cattedrale: questa cosa mi ha colpito».

Il giornalista Rai Stefano Mensurati – che ha curato la mostra nella fase di ricerca e di allestimento – ha raccontato ai presenti la storia degli italiani di Crimea. «Questa mostra gira l’Italia da tre anni, però a Piacenza è nuova, perché è costantemente aggiornata, grazie all’aiuto di Assopopolari e alla Banca di Piacenza. Con i nostri mezzi nei gulag kazaki non ci saremmo mai arrivati, e poi c’è stato anche sostegno morale da parte di Assopopolari. Le istituzioni non ci hanno certo dato una mano per le ricerche. La storia degli italiani in Crimea inizia nell’800, dopo il Congresso di Vienna. Lo Zar decise di ripopolare la parte meridionale dell’impero russo: erano le terre più fertili, con i climi più miti, ma purtroppo abbandonate. Cercò emigrati disposti ad abitarle: c’erano importanti esenzioni fiscali per loro». E così arriva gente dalla Puglia, da Genova e da Napoli, fino ad Odessa e altre città. Portano le loro conoscenze nel campo agricolo: l’olio, l’ulivo, le viti italiane. «Poi arrivarono architetti, medici, ingegneri italiani. Quella italiana a fine ‘800 era una delle tante comunità. Era cattolica, ammirata per le sue capacità. Quando scoppiano le guerre ci vanno di mezzo le comunità locali. Erano 3mila a Kerk e 5mila in tutta la Crimea: molti tornarono in Italia dopo la Rivoluzione russa. Il Comunismo requisì a quelli rimasti le proprietà private con la collettivizzazione. O lavoravano come marinai o nei kolchoz. Dovettero vivere le gravi carestie degli anni ‘30. Chi tornò in Italia fu spaesato, ma convinto di trovare un Paese migliore di quello lasciato».

La situazione precipita nel ’37-38: scattano le purghe staliniane. «Un milione di persone vennero fucilate, e ci andarono di mezzo anche gli italiani, accusati di essere spie fasciste. Kerkfu occupata dai tedeschi nel ’41, gli italiani combatterono in un’altra parte della Crimea. Alla fine del ’41 l’Armata Rossa riprese il controllo della Crimea a dicembre, e a gennaio ’42 rastrellarono casa per casa tutti gli italiani. Gli italiani vennero caricati su due navi: una affondò in seguito a un bombardamento tedesco. Gli altri attraversarono il mar Caspio, alcuni perirono durante il viaggio, altri furono vittime del clima: abituati a vivere in un ambiente mediterraneo, si trovarono a fronteggiare la rigidità dell’inverno russo».

Mensurati utilizza proprio la parola “genocidio”. «Vengono condotti nei gulag per far perdere l’identità di comunità: le famiglie sono smembrate, divise e inviate in luoghi diversi. Gli italiani di Crimea non subiscono solo la deportazione: alcuni muoiono nei gulag, altri alla fine della guerra sono condannati al carcere. Le vedove faticano a reinserirsi. I superstiti sono solamente 78 su 2mila deportati, il 90% degli italiani sono perciò morti durante la deportazione. Quando c’è una persecuzione atta a sterminare un gruppo di etnia o religione diversa si deve parlare di genocidio, c’è poco da filosofare». I superstiti rientrarono in Crimea; difficile però tornare nelle loro case occupate da altri. Sono senza lavoro, sono considerati spie».

«La vicenda degli italiani in Crimea – ha concluso il giornalista – sta pian piano venendo alla luce. Qualcuno se ne sta occupando. Lo scorso agosto abbiamo mandato due ricercatori in Kazakistan. Oltre a fare ricerche dovevano aiutare anche questa comunità. Per ottenere il riconoscimento di minoranza perseguitata (con annesso risarcimento) promesso da Putin i discendenti devono dimostrare di avere il certificato di proprietà della casa, e questo è facile. Devono però anche dimostrare la deportazione dei parenti. Perciò avevamo l’obiettivo anche di ottenere i documenti che certificano questo. Abbiamo così scoperto nei gulag che tanti militari dispersi della guerra erano in realtà stati catturati ed erano finiti qui a lavorare insieme agli italiani di Crimea. Anche qualche antifascista scappato dall’Italia è finito in questi luoghi».In prima fila, ad ascoltare la vicenda, il 96enne Pietro Amani, superstite piacentino. Amani è uno dei pochi fortunati reduci che sono riusciti a tornare in Italia. Altri tre piacentini furono coinvolti: due famiglie hanno ritirato le schede matricolari dei propri cari. Durante l’inaugurazione a Palazzo Galli la sala si è collegata anche – tramite Skype – con Giulia Giacchetti Boico, presidente dell’associazione degli italiani di Crimea. Presente anche una rappresentanza militare a cura dello Stato Maggiore dell’esercito con il Col. Daniele Bajata, Comandante del II° Reggimento Genio Pontieri di Piacenza“.




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