Pedofilo guida scuolabus grazie a Svuotacarceri

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«La cosa che fa più male di tutto è vederlo di nuovo alla guida dello scuolabus: a stretto contatto con delle ragazzine che hanno l’età delle nostre figlie, quando ha cominciato a molestarle. Segnando, probabilmente per sempre, la loro vita», dicono le mamme delle sue tre vittime.

Il pedofilo, 50 anni, è stato processato a luglio: il pubblico ministero Donatella Marchesini aveva chiesto 5 anni e 4 mesi di reclusione; il giudice Emilio Schönsberg lo ha condannato a 3 anni e 4 mesi, in quanto il rito abbreviato dà diritto ad uno sconto di pena di un terzo, in più, essendo incensurato, gli erano state riconosciute le attenuanti generiche. Sono le leggi sulla Svuotacarceri che accorciano le pene in modo ignominioso.

«Ma noi – dicono le mamme – non puntavamo ai soldi, perché nessuna somma potrà mai risarcire il danno psicologico subìto dalle ragazzine. Volevamo una pena più severa e che la scontasse in galera. O almeno non tornasse mai più su uno scuolabus. Tutto ciò è folle, perché quello che ha fatto alle nostre figlie, potrebbe tornare a farlo ad altre».

L’autista era stato arrestato alla fine del 2015, quando i sospetti delle madri si erano trasformati in denunce pesanti; e successivamente – prima del processo – era stato per qualche mese agli arresti domiciliari in un struttura terapeutica in Veneto, per cercare di uscire dal tunnel della pedofilia.

Lui comunque ha sempre negato, ammettendo solo – perché non poteva fare diversamente – i messaggini (oltre 4 mila di cui gli ultimi corredati da foto delle parti intime) inviati a una di loro e giustificati a suo dire da una “semplice amicizia”.

Ma tra gli episodi contestati ci sono anche gli atti di autoerotismo, che risalgono al 2008, compiuti davanti una ragazzina che all’epoca aveva 13 anni e non ha mai detto nulla alla madre. Fino a quando la donna, insospettita da quanto successo alle altre giovanissime vittime, non l’ha messa sotto pressione ed è venuta fuori quella verità che si teneva dentro ormai da troppo tempo.

«Mia figlia – racconta – sta andando dallo psicologo, per cercare di uscire da quest’incubo, Ma è più difficile del previsto. Per questo non accetterò mai che quell’uomo possa far del male a qualche altra ragazzina. È una persona malata, deve essere curato». Per evitare che – come risulta agli atti – torni a mettere le mani addosso, come ha fatto con una delle giovani che lo accusano, partendo con gli abbracci e finendo a toccare le parti intime.

«Attualmente – dice l’avvocato Andrea Gnecchi – il mio assistito ha solo l’obbligo della firma. Per il resto è libero di tornare a lavorare, nessuno gliel’ha vietato. E comunque la condanna non è definitiva: stiamo attendendo il deposito delle motivazioni per impugnare la sentenza».




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