Rosarno, la tendopoli dove gli italiani non possono entrare

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Dal Giornale ricetta piddina per risolvere il problema:

Era nell’aria. Si spandeva per tutta la desolata seconda zona industriale del porto di Gioia Tauro l’odore di bruciato.

Non certo quello della spazzatura del vicino inceneritore, ma quello più feroce della rabbia dei migranti della tendopoli di San Ferdinando. A fine stagione agrumaria, pochi soldi e tanta delusione. Tanta fame. Lo spietato caporalato e le paghe misere hanno fatto gonfiare sempre di più la rabbia degli immigrati. Fino a farli innervosire.

È di questi giorni la cronaca cruenta di lite furiosa tra due connazionali, un uomo e una donna, africani nel centro di Rosarno; qualche giorno dopo, un altro africano ha rubato una bicicletta e derubato un tabaccaio a San Ferdinando; oggi, la rissa nella tendopoli. Peraltro, una delle tante. Di risse, in quella terra dimenticata da Dio ce ne sono ogni giorno. Non sono calmi, gli immigrati. Ci dicono di dire che sono calmi. Ce lo consigliano tutti. Dalle istituzioni alle associazioni umanitarie. Nessuno vuole più rivedere le immagini desolanti della rivolta del 2010. Il problema, però, rimane. Eccome. Gli immigrati della tendopoli e del vicino capannone industriale occupato da mesi sono abbandonati a se stessi. Nessuno sa chi sono, da dove provengono, qual è il loro passato. Divisi per fazioni si contendono il “potere”. Assoluto. Tra le tende corrose dal tempo è assolutamente vietato metterci piede. Per i carabinieri, come per i giornalisti. Loro sono i padroni assoluti. C’è chi spaccia, chi si prostituisce, chi, invece, per guadagnare qualcosa vende bibite fresche o acqua calda per la doccia.

Perché nessuno interviene per garantire una collocazione umana a queste persone? Meglio 500 ben sistemati in case civili, piuttosto che tremila avvolti nei cartoni e riscaldati con falò di radici e cartacce. Ma questo, il governatore della Calabria, Mario Oliverio, re delle passerelle politiche, lo sa perfettamente. Era stato lui a promettere uno stanziamento di 300mila euro per sistemare la tendopoli. Quei soldi non si sono ancora visti. E lo sa perfettamente anche il suo amico Matteo Renzi che difende la politica italiana dell’accoglienza davanti ai grandi del mondo, ma se ne dimentica al rientro sul patrio suolo. Vengano, i signori ministri, a condividere una giornata di costante ansia e preoccupazione di un cittadino medio della Piana di Gioia Tauro. Vengano a condividere il disagio di una convivenza impossibile tra due povertà. Chissà se al rientro a Roma saranno ancora spavaldamente fieri dei loro decreti. In ogni caso la cosa più triste oggi è dover contare un povero morto a terra e un carabiniere ferito. Inutilmente.

La collocazione umana di queste persone, caro giornalista, è l’Africa.

La realtà è che stiamo creando, noi che non ne avevamo, enclave etniche incontrollabili. Vere e proprie zone extraterritoriali dove la nostra legge non esiste. E di questo dobbiamo ringraziare il governo e galoppini che corrono a raccattare questi individui in Libia.

Li vanno a raccattare per conto di sfruttatori che poi li utilizzano al posto degli italiani in lavori che non è vero che non vogliamo fare, ma che non possiamo fare nelle condizioni in cui li fanno i ‘lavoratori’ di Rosarno.

E’ evidente che la presenza di migliaia di queste persone comprima le condizioni di lavoro generali. Deprimendo anche l’innovazione tecnologica: per questo abbiamo un’agricoltura ferma all’800, chi investe nella meccanizzazione, quando ha migliaia di braccia da usare e poi buttare via? E’ lo stesso problema che ha corrotto l’Impero frenandone lo sviluppo tecnologico.

Ma l’importante è che alcuni meschini personaggi facciano carriera sulla pelle e con i soldi degli italiani:

Parla il maggiordomo di Kalergi, sindaco di Riace a tempo perso

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