Bambini in provetta per 13 giorni, poi nella spazzatura

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PER 13 giorni si sono moltiplicati, cresciuti, modellati. Tutto è avvenuto in provetta, sotto l’occhio vigile e impietoso del microscopio degli scienziati. Un risultato record: per la prima volta al mondo, infatti, due équipe indipendenti di ricercatori – la prima della Rockefeller University di New York, la seconda dell’Università di Cambridge, in Inghilterra – sono riuscite a coltivare in vitro embrioni umani per quasi due settimane, osservandone da vicino divisioni cellulari, modifiche strutturali e cambiamenti nella forma. Finora, mai nessuno era riuscito a portare gli embrioni oltre il nono giorno di coltura. I dettagli della scoperta sono stati pubblicati, rispettivamente, sulla rivista Nature (in un articolo la cui prima autrice è l’italiana Alessia Deglincerti) e sulla rivista Nature Cell Biology. Si tratta di un risultato particolarmente importante, che se da una parte riaccende il dibattito etico sullo studio e utilizzo degli embrioni umani, dall’altra potrebbe offrire agli scienziati nuove preziosissime informazioni sulle prime fasi di sviluppo degli embrioni stessi. Informazioni che, in futuro, potranno forse aiutarci a comprendere meglio le eventuali modifiche epigenetiche cui va incontro l’embrione nelle sue primissime fasi di vita e il motivo dei mancati impianti in utero nelle gravidanze frutto della fecondazione assistita.

“Al momento”, ha spiegato Elisabetta Chelo, esperta in medicina della riproduzione e ginecologa del centro Demetra, “siamo in grado di coltivare embrioni in provetta fino al sesto giorno [la cosiddetta fase della blastocisti, ndr], una pratica ormai molto comune in quasi tutti i laboratori. Nonostante i bambini nati dall’impianto di questi embrioni siano sani, esaminando i registri delle nascite si vede che, talvolta, questi hanno un peso alla nascita superiore alla media, il che potrebbe far pensare a eventuali modifiche epigenetiche che avvengono durante la fase di coltivazione dell’embrione. Per di più, a volte capita che gli embrioni non si impiantino nell’utero: per questi motivi, gli studi appena pubblicati sono estremamente importanti. Studiando in dettaglio lo sviluppo degli embrioni fino al tredicesimo giorno, potremmo provare a capire quali sono le cause alla base di questi fenomeni”. Una possibilità particolarmente promettente, sottolinea Chelo, potrebbe essere per esempio l’analisi dell’espressione genica, cioè l’identificazione di eventuali geni espressi per pochi giorni e poi definitivamente soppressi.

Nell’esperimento condotto alla Rockefeller University, gli scienziati hanno riprodotto, utilizzando un supporto tridimensionale, il processo con cui l’embrione attecchisce nell’utero, di cui al momento si sapeva poco o nulla: “Questa parte dello sviluppo umano”, ha osservato Ali Brivanlou, coordinatore dell’équipe di ricercatori, “era finora una scatola nera”. Il successo dell’esperimento ha mostrato, per la prima volta al mondo, che la riorganizzazione embrionale che avviene in utero può essere riprodotta, con le giuste condizioni chimiche, anche in laboratorio. Un risultato che, stando a quanto ha commentato Simon Fishel, presidente del Care Fertility Group, “aumenta la comprensione della biologia dell’impianto embrionario e potrebbe dunque contribuire ad aumentare la possibilità di successo della fecondazione in vitro, visto che a oggi solo un tentativo su quattro dà luogo a una gravidanza”.

L’uomo è un animale irrazionale, e anche cattivo. Si eliminano ogni anno milioni di bambini con l’aborto, poi si studia il modo migliore per riuscire nel far nascere bambini con la fecondazione assistita. Magari proprio a quei genitori che anni prima avevano ucciso un non-bambino.

E per farlo, si trattano embrioni – bambini in tutto e per tutto tranne il ‘tempo’ – come scarti. Vomitevole.




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