Parte la campagna mediatica per il ‘Chip sottopelle’: “E’ il futuro”

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“FA MALE?”. “Più di quanto mi aspettassi. Meno di un tatuaggio”. Jonas, il nome è di fantasia, ha una trentina d’anni. È venuto all’Cebit, la grande fiera tech di Hannover, in compagnia di un paio di amici. E qualche minuto fa, senza pensarci troppo, ha deciso: diventerà un cyborg. Allo stand della Dangerous Things, una “hacker-gadget company” di Seattle, il ragazzo si è presentato come volontario per farsi impiantare gratuitamente un chip NFC (Near Field Communication) sotto pelle. Un piccolo oggetto di vetro poco più grande di un chicco di riso, sparato da una siringa tra il pollice e l’indice della sua mano sinistra, che per una giornata dovrà essere protetto da garza e cotone. Perciò, per poterlo usare, Jonas dovrà aspettare almeno 24 ore: “Peccato. Volevo collegarmi subito al cellulare”.

Amal Graafstra, che della Dangerous Things è il fondatore, di chip ne ha quattro: il primo risale a otto anni fa, l’ultimo, l’unico sul polso, è ancora coperto da una benda. È il più recente ritrovato della compagnia, leggermente più grande del precedente ma più sottile, flessibile e potente. La pelle, sopra gli impianti, è liscia e senza screpolature. Solo facendo una leggera pressione si avverte la presenza di un corpo estraneo nel tessuto epidermico. “Grazie ai chip mi sono liberato di chiavi, password e pin”, spiega.

Con un solo gesto della mano Graafstra e i circa 10.000 impiantati con la sua tecnologia (ma i chip ordinati lo scorso anno sono stati 50.000) possono aprire serrature, mettere in moto veicoli, interfacciarsi con la Smart-Home, effettuare login a computer e smartphone, pagare in bitcoin. A due condizioni: che si trovino a meno di 4 centimetri di distanza dal dispositivo con cui desiderano interagire, e che il dispositivo usi il protocollo NFC (ormai diffuso su tutti gli smartphone).

Ancora lunga la lista delle precisazioni necessarie per incoraggiare un bacino di utenti potenzialmente grande, ma frenato da dubbi di natura medica, psicologica, persino morale. “Ci sentiamo un po’come la Apple negli anni ’70” spiega Patrik Kramer, dell’azienda distributrice Digiwell. Ma non a tutti piace l’idea di considerarsi “cyborg”: i più, al Cebit, preferiscono paragonare l’impianto a una sorta di evoluzione tech del piercing. “La differenza però è che i chip non hanno effetti collaterali”, assicura Graafstra. Non a caso, in Germania, gli unici autorizzati a impiantare (ed espiantare) i chip oltre ai medici sono proprio i piercer professionisti: tutta l’operazione dura meno di cinque minuti, e in un paio di settimane la piccola ferita di circa un millimetro si rimargina completamente.

Anche i prezzi sono in linea con il cyberfashion. Dai 40 ai 70 euro, per chi desidera acquistare il “comfort kit” con tutto il necessario per l’operazione, siringa e guanti inclusi. Finanziati attraverso una campagna di crowdfunding, i microchip della Digiwell sono i primi a uso commerciale a utilizzare la comunicazione a corto raggio NFC, un perfezionamento della tecnologia madre RFID (Radio Frequency Identification) di cui si servono i chip VeriChip, Smart Tokens e micoID. La novità dei chip NFC consisterebbe in un’ottima velocità di trasferimento dati e buoni livelli di sicurezza, che ridurrebbero la possibilità di leggere e clonare i chip – vero punto dolente della tecnologia RFID. Quanto alla tracciabilità delle persone impiantate, argomento dibattuto tra appassionati e complottisti, “i nostri chip permettono l’identificazione delle persone – dice Graafstra – non la loro tracciabilità”. C’è differenza, dunque, tra i chip RFID usati per ritrovare gli animali scomparsi e i chip NFC con cui il cyborg interagisce con le macchine. Al Cebit, oltre a Jonas, si fanno avanti altri sei volontari: “Sarà un successo se arriveremo a trenta”, dice Kramer. “Non abbiamo fretta. Siamo il futuro”.

Sono il futuro. Un pessimo futuro.

Eravamo cittadini, c’hanno trasformati in sudditi: il passo ulteriore è divenire gli animali da compagnia del Sistema.

Chiunque si faccia impiantare volontariamente un chip con le proprie informazioni personali o per ‘controllare oggetti’, è un demente. Per tutta una serie di motivi, non ultimo, che le ‘informazioni personali’ possono essere lette, un domani – ma forse anche oggi – da un governo non proprio democratico, al tuo passaggio in qualsiasi punto con un ‘rivelatore’.

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Già oggi, la ‘tracciabilità dell’essere umano’ funziona piuttosto bene, con il cattivo utilizzo dei social network e degli smartphone, un chip sarebbe l’ideale per uno Stato di Polizia.

Il totalitarismo moderno è di una natura diversa e più subdola di quelli che l’hanno preceduto: convince gli individui, non li obbliga.
Usa la pubblicità e la televisione, non la Gestapo o la Stasi. Ti fa fare volontariamente, quello che i precedenti totalitarismi ti obbligavano a fare. Immaginate se qualche ministro andasse in tv a dirvi di ‘mettervi un chip’: fascista! Lo apostroferebbero.

E invece no. Questo compito lo affidano ai media: “è per il vostro bene, per la vostra comodità, che dovete mettervi un chip!”

E’ con la ‘moda’, non con l’obbligo che vi impianteranno un chip. Così come hanno fatto con Facebook: le informazioni che vogliono e che prima dovevano cavarvi fuori con interrogatori e torture, al totalitarismo moderno le date liberamente e allegramente. Come fessi digitali.




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