La Molenbeek italiana dove gli islamici decapitano Padre Pio

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«Qui l’integrazione è una realtà, non ci sono ghetti, gli immigrati abitano negli stessi palazzi degli italiani, sullo stesso pianerottolo», si esalta Domenico Volpe, sindaco di centrosinistra della città dove abitava il terrorista islamico algerino estradato in Belgio.
Djamal Eddine Ouali, l’algerino quarantenne accusato di falsificare i passaporti dei terroristi, abitava proprio qui, a Bellizzi, la Molenbeek italiana, la città del sindaco Volpe. Di nome, ma non di fatto.

Ed è qui, in pieno Salestan, che quindici giorni fa un marocchino ha decapitato la statua di Padre Pio. È successo a S. Cecilia, borgo di Eboli, 6 mila italiani, 1.500 nordafricani. C’è stata un’assemblea di protesta, autoconvocata. E qualcuno ha gridato: «Bruciamoli, questi marocchini», «uccidiamoli tutti». Poi però nulla.

«Cose mai sentite prima», si turba Anselmo Botte, della Cgil, autoproclamatosi ‘esperto di immigrazione’. Scrive il giornale locale:

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Botte ha 62 anni, laurea in sociologia e tesi con Enrico Pugliese su «La stratificazione sociale in agricoltura». Si occupa di questi problemi da quarant’anni, da quando gli immigrati nella provincia di Napoli erano 1.300 e quelli di Salerno non più di un centinaio. Oggi sono 45 mila solo nel Salernitano e nella valle del Sele la percentuale sugli italiani arriva anche all’11%, quasi il doppio della media nazionale. Una concentrazione che fa tendere la corda della convivenza e che è assai difficile gestire. Chi ha detto, a proposito, che qui non ci sono ghetti? Anselmo Botte ne conosce almeno un paio lungo la statale 18, quella che da Salerno arriva fino a Reggio Calabria. Prima tappa, località Campolongo, Eboli. Casa, si fa per dire, di Jabbar, 52 anni, e di altri quaranta marocchini ammucchiati in stanze con tre e quattro letti: quattrocento euro per ogni appartamento. Un tempo, queste erano villette per i turisti, con il mare che si nasconde dietro la pineta che Mussolini fece piantare al tempo delle grandi bonifiche. Ora, invece, a capitarci da soli, anche in pieno giorno, può scapparci la crisi di panico.

Seconda tappa. Località Tavernanova. Qui, tra le macerie all’amianto di un’ex azienda conserviera, la Mellone; in una discarica nauseabonda; tra cani ringhiosi, pozzanghere e baracche di cartone, vivono anche in centinaia. Dipende dal lavoro e dalle stagioni. Ghindu e Hussuman, 25 e 23 anni, dicono di venire dal Mali. Ma chissà se è vero, e chissà se si chiamano davvero così. Sbarcati a Lampedusa e portati a Salerno, sono scappati dal centro di accoglienza. Ora eccoli in attesa di un caporale disposto a farli lavorare in nero. Attualmente, sembra non esserci alternativa ai caporali. Pare che solo loro siano in grado di spostare ogni giorno, entro le 6 del mattino, in non più di 30 minuti, 6 mila immigrati in 3-400 aziende. Usano i telefoni cellulari e i pulmini di massino 30 posti. Eppure Anselmo Botte un’idea ce l’ha. «Sto per andare in pensione, ma prima — confessa — vorrei mettere in piedi il primo collocamento pubblico per braccianti». Il progetto è di legalizzare una parte dei caporali, quelli «buoni», se così si può dire; quelli che lavorano nei campi insieme con gli altri. «Associandoli a una efficiente struttura pubblica potrebbero mettere in ginocchio i veri schiavisti, quei caporali che sono anche trafficanti di migranti», spiega Botte. Può funzionare? «Io so solo — risponde — che a smantellare la potente macchina del caporalato meridionale non è riuscito neanche Giuseppe Di Vittorio. Tuttavia o ci proviamo o qui saranno guai».

Anche a S.Cecilia hanno un ‘progetto’.