Italiano sgozzato da clandestino africano: famiglia denuncia Renzi e Alfano

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Ve lo ricordate David Raggi? Noi si. La notte tra il 12 e il 13 marzo 2015, nel centro di Terni, fu ucciso. Sgozzato da un clandestino marocchino. Finì così, prima di cominciare, la vita di un italiano di 27 anni.

Il 30enne marocchino, Amine Aassoul, è stato condannato a 30 anni di reclusione. Ma non basta.  I familiari della vittima hanno annunciato ieri di aver citato per danni (per 2 milioni di euro) il ministero dell’Interno, quello della Giustizia e la presidenza del Consiglio dei ministri. Alfano, Orlando e Renzi. Non per i soldi, per dare un segno.

L’avvocato Proietti, che assiste la famiglia, ha notificato oggi l’atto di citazione alle parti, la prima udienza è prevista il 6 giugno prossimo davanti al tribunale di Roma.
Il Viminale, ha spiegato il legale, è stato chiamato in giudizio per la mancata espulsione dall’Italia dello sgozzatore marocchino, il 30enne Amine Aassoul, dopo che la sua richiesta di asilo politico era stata respinta a settembre 2014 dalla commissione territoriale di Siracusa. Nel frattempo era stata respinta dal tribunale di Caltanissetta anche la richiesta di sospensiva, in attesa dell’esito del ricorso presentato dal nordafricano.

Al ministero della Giustizia viene invece contestata la mancata esecuzione di un provvedimento di cumulo di pene a carico dello stesso marocchino, in base al quale avrebbe dovuto scontare 6 anni e otto mesi di reclusione per vari reati.

“Aassoul non doveva essere a Terni al momento dell’omicidio – ha detto il legale – ma a questi due profili già noti se ne aggiunge un altro: chiamiamo in causa infatti la presidenza del Consiglio per il mancato recepimento della direttiva europea 80 del 2004, che prevede l’istituzione di un fondo di garanzia a tutela delle vittime dei reati gravi commessi da nullatenenti. Questa direttiva non è mai stata applicata dall’Italia, ma permetterebbe la liquidazione almeno delle provvisionali decise in sede di condanna, 400 mila euro”. Due le sentenze, una emessa dal tribunale di Torino e l’altra da quello di Roma, che hanno già riconosciuto l’indennizzo a favore di familiari di vittime di reati in mancanza dell’istituzione del fondo.

“Non è l’aspetto economico ad interessarci – ha ovviamente detto Diego, il fratello di David – ma vogliamo dare un segnale perché nessuno patisca più quello che stiamo patendo noi. La colpa di quanto successo a mio fratello è dello Stato, perché sono mancati i controlli”.

Giusto il risarcimento. Ma l’unico conto che devono pagare Renzi, Alfano e i loro compari, lo pagheranno sul patibolo. Un giorno. Serve una Norimberga italiana.




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