Una Ahnenerbe casalinga, diciottesima parte

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Corano di Birmingham

Come sapete, ho deciso di fare di questa serie di articoli una sorta di rubrica attraverso la quale tenervi al corrente degli ultimi sviluppi della ricerca della tematica delle origini europee ed indoeuropee, sempre sperando che questa mia Ahnenerbe, casalinga e solitaria, “one man’s band”, consentita soltanto dall’abbondanza di informazioni spesso ignorate che circolano nel web, non sfiguri troppo, non risulti eccessivamente velleitaria a confronto di quella che fu la Ahnenerbe del Terzo Reich.

Naturalmente, le tematiche di cui ci occupiamo variano a seconda di quali novità emergano di volta in volta, sebbene mi sembra che complessivamente emerga un quadro molto chiaro delle nostre origini che va a smentire in maniera netta le tesi di una storiografia e di una antropologia mercenarie che negano al mondo europeo qualsiasi creatività, ma lo riducono a una dependance dell’oriente semitico e asiatico, che vorrebbero ridurre i nostri antenati indoeuropei da guerrieri e cavalieri delle steppe a pacifici agricoltori di provenienza mediorientale, che vorrebbero la nostra stessa specie originata in tempi recenti dall’Africa per rendere impossibile qualsiasi distinzione razziale, cioè in poche parole, tutta la fuffa dell’ideologia democratica che si rivela sempre più falsa a ogni nuova scoperta.

Questa volta ci occuperemo di una serie di fatti che riguardano degli orizzonti temporali già storici, e in particolare la tematica religiosa.

Cominciamo con quella che, diciamolo pure, è una fonte alquanto imprevista, il “Sole 24 ore”, il più noto quotidiano economico italiano che ogni tanto è uso pubblicare anche articoli culturali, in più di un caso degni d’interesse. Un articolo di Armando Torno del 23 agosto è dedicato all’antico politeismo greco, ed ha un titolo molto esplicito: La loro bibbia era Omero. L’articolo è in realtà una recensione del libro Dictionnaire du paganisme grec di Reynal Sorel. I concetti espressi per la verità non ci sono nuovi: le antiche religioni pagane non erano basate come invece quelle abramitiche (ebraismo, cristianesimo, islam) su di una rivelazione; la religione greca, tuttavia, era basata su concetti comuni, ad esempio la natura antropomorfa delle divinità, fondati oltre che su di una tradizione ancestrale, sulla narrazione dei poemi omerici (non solo, naturalmente; si pensi a Esiodo, o a quanto ci hanno raccontato i grandi tragici ellenici che hanno drammaticamente fissato per la posterità l’idea del fato ineluttabile), una religione fatta di costumi, tradizioni, memorie, senso, di appartenenza a una civitas a una polis che è anche un culto.

A margine, mi è venuta spontanea una riflessione: gli islamici hanno sempre tenuto moltissimo a definirsi popolo del libro, vedendo in ciò una discriminante assoluta rispetto ai pagani “senza libro”, e mentre in certi periodi si sono dimostrati disponibili ad accordare una relativa tolleranza a ebrei e cristiani, altre genti del libro, nei confronti dei pagani l’islam non prescrive alternative alla conversione o la messa a morte. I cristiani, all’epoca della fase espansiva della loro religione hanno mostrato uno spirito analogo, considerando i politeisti “pagani”, cioè villici, sempliciotti, senza contare che l’editto di Tessalonica emanato da Teodosio prescriveva la pena di morte per chi rifiutava il battesimo e voleva continuare a seguire la religione dei Padri. Dell’ebraismo, è meglio non parlarne, per esso, il goj, il non circonciso è un subumano alla stessa stregua di una bestia.

Tralasciamo il fatto che la tolleranza accordata dagli abramitici ad altri abramitici è sempre molto relativa; oggi ad esempio storici tutt’altro che imparziali e intesi a mettere l’islam nella miglior luce possibile, ci dicono che i mussulmani si accontentavano di “un tributo” dai cristiani; spesso questo “tributo” era quanto di più violento e atroce si possa immaginare; nell’impero ottomano consisteva nel sequestro di un figlio per famiglia cristiana, un figlio che sarebbe stato allevato nell’islam più fanatico per diventare membro dei giannizzeri, il corpo di guardia del sultano, composto per intero di figli rubati alle famiglie cristiane.

Questo modo di pensare (non è il caso di usare il termine “ragionare”) ha forse un senso là dove l’abramitico si confronta con tribù analfabete di idolatri primitivi, ma i pagani come gli ellenici non avevano “un libro” per il semplice fatto che avevano biblioteche intere: I poemi di Omero, di Esiodo, le tragedie di Eschilo, Sofocle, Euripide, i dialoghi di Platone. La stessa cosa possiamo dire dei Romani e del politeismo italico, non possiamo non ricordare quanto meno Virgilio e De natura deorum di Cicerone. Non “un libro” ma biblioteche, non “una rivelazione”, ma una cultura vasta e articolata basata su tradizioni condivise che creava un sentire comune.

Il 31 agosto studirazziali.xoom.it (ma ci vuole davvero coraggio a tenere oggi aperto un sito del genere) ha pubblicato in versione on line lo scritto di Hanns F. K. Gunther Tipologia razziale del popolo ebraico. A rileggere oggi questo testo, si nota la difficoltà, che costringe a perdersi in una tipologia davvero complicata, di distinguere le caratteristiche antropologiche degli ebrei da quelle delle popolazioni non ebree fra le quali questi ultimi vivono. Per dirne una, in Germania, in Lituania, in Russia non era infrequente trovare ebrei dagli occhi azzurri e dai capelli biondi o rossi.

Io ora non mi addentrerò nei dettagli di questa analisi, ma penso che sia il caso di approfittare della circostanza per chiarire alcuni luoghi comuni esistenti a questo riguardo. Già il testo di Gunther, e non dimentichiamo l’epoca in cui è stato scritto, riconosce che le caratteristiche esteriori che permettono di riconoscere un ebreo come tale, hanno a che fare più con l’abbigliamento, la postura, il modo di atteggiarsi che con caratteri propriamente razziali. Dirò di più, gli ebrei a mio parere non costituiscono se non molto impropriamente “una razza”, e a stento si possono considerare “un popolo”. L’endogamia praticata per secoli dai seguaci della religione di Mosè ha finito per creare fra loro un’affinità etnico-biologica, ma il principale collante e la vera ragione, in ultima analisi, della loro esistenza come gruppo, è il culto mosaico. Tanto per capirci, date un paio di millenni di tempo ai testimoni di Geova, e avremo un fenomeno analogo.

Pensiamo al fatto che esistono addirittura ebrei neri, i cosiddetti falascià di origine etiope; sicuramente il loro genoma non è riconducibile alle popolazioni dell’antica Palestina.

Questo è molto importante soprattutto se cerchiamo di capire quale dei due popoli, quello ebraico-israeliano (o presunto tale) e quello arabo palestinese abbia un diritto naturale su quella terra che conosciamo come Palestina e dove oggi si è prepotentemente (è proprio il caso di dirlo) installato lo stato sionista di Israele.

La leggenda della diaspora come viene ordinariamente raccontata, in realtà non ha nessun fondamento storico. SI PRETENDE che dopo la guerra giudaica del 66-70, gli ebrei avrebbero abbandonato la Palestina per sparpagliarsi per tutto l’impero, e sarebbero stati gli antenati degli ebrei di oggi. E’ un’idea semplicemente assurda; i Romani non hanno mai condannato all’esilio, sradicato dalla loro terra le popolazioni assoggettate, ed è ancora più assurdo pensare a una dispersione volontaria: rifugiarsi in casa dei propri nemici, non ha alcun senso.

E’ vero invece che, molto prima di allora, nel clima multietnico che la tarda romanità aveva ereditato dall’ellenismo, in vari luoghi dell’impero, Roma compresa, vi erano piccole comunità di ebrei spostatesi per motivi economici e commerciali; sono gli antenati di una piccola frazione dell’ebraismo odierno, i cosiddetti sefarditi, circa il 5-10% degli ebrei attuali.

Secondo la versione classica della leggenda della diaspora, la Palestina sarebbe rimasta disabitata per 5-6 secoli ed essere ripopolata dagli Arabi ai tempi dell’espansione islamica califfale, e anche questa idea è un’autentica assurdità.

L’espansione dell’impero arabo califfale in età medioevale, seguita alla predicazione di Maometto, fu conquista militare a cui fecero seguito a loro volta l’imposizione della religione islamica e della lingua araba (per poter comprendere il corano che per secoli non venne tradotto) alle popolazioni assoggettate. Tranne piccole guarnigioni militari e numericamente ancor più esigue élite di governatori e amministratori, non vi fu nessuna migrazione araba nel vasto impero che andava dalla Persia alla Spagna, per il semplice fatto che non c’era così tanta popolazione da far emigrare; già allora la Penisola araba era una terra desertica, scarsamente popolata, abitata da tribù nomadi di beduini. La popolazione della Palestina fu islamizzata e arabizzata esattamente come le altre dell’impero dei califfi; la popolazione della Palestina che non si era affatto dispersa in seguito all’immaginaria diaspora, vale a dire coloro che hanno abitato questa terra da tempo immemorabile, i discendenti carnali dell’ebraismo biblico, gli antenati degli odierni “arabi” palestinesi.

Si pensi al fatto che al di là della religione islamica e dell’uso comune della lingua araba, magrebini, egiziani, arabi della penisola arabica, mesopotamici (iracheni e siriani) si considerano e sono popoli diversi. I magrebini parlano in famiglia dialetti berberi, vale a dire di ceppo camitico, che non hanno nulla a che fare con l’arabo e derivano dalla lingua degli antichi Numidi. Allo stesso modo, gli egiziani cristiani parlano una lingua, il copto, che deriva da quella egizia di età faraonica (e della cui conoscenza si servì Champollion per la decifrazione dei geroglifici). Questa differenza esistente all’interno del mondo “arabo” si esprime anche visivamente nell’abbigliamento: avrete presente il cappuccio-copricapo tradizionale dei beduini, la kefiah. Gli arabi della penisola arabica e della Giordania, vale a dire i “veri arabi”, usano una kefiah tessuta in lana bianca e rossa, il cui uso si arresta sulla riva orientale del fiume Giordano, gli “arabizzati”, e tra questi i palestinesi, ne indossano una bianca e nera.

In età medioevale noi troviamo gli ebrei in Europa concentrati soprattutto in Ucraina, in Polonia, nella Russia meridionale e occidentale, con una penetrazione relativamente scarsa in Germania, ed estremamente rada nel resto dell’Europa, sebbene si trattasse di gente dall’istinto cosmopolita, pronta a insediarsi ovunque le circostanze promettessero di fare buoni affari.

Prendendo per buona la favola della diaspora, per raggiungere queste aree dal Medio Oriente, costoro avrebbero dovuto migrare attraverso i Balcani o, provenendo dall’Europa occidentale avrebbero dovuto attraversare la Germania. Come mai la storia non ha registrato alcuna traccia di migrazioni di questo genere?

In poche parole, da dove vengono costoro, gli askenaziti, il gruppo che comprende il 90-95% degli ebrei attuali?

A svelare l’arcano, probabilmente senza rendersi conto che ciò rappresenta una totale smentita delle rivendicazioni sioniste sulla Palestina, è stato proprio uno scrittore ebreo, Arthur Koestler nel suo libro La tredicesima tribù. In poche parole, la storia è questa: nell’alto medioevo nella zona stepposa dall’attuale Ucraina alla Russia meridionale esistevano varie popolazioni nomadi o seminomadi che si sono man mano sedentarizzate con l’adozione dell’agricoltura e hanno dato vita a vari stati più o meno effimeri, dei khanati. Fra questi vi era quello dei Kazari stanziati tra i corsi meridionali del Don e del Volga. A un certo punto, l’aristocrazia kazara decise che era ora di abbandonare l’idolatria ancestrale e convertirsi a una religione monoteistica, ma quale? Proclamarsi cattolici sarebbe equivalso a dichiararsi sudditi del Sacro Romano Impero, dichiararsi ortodossi ad accettare la dipendenza da Bisanzio; mussulmani peggio che mai, rendersi tributari del califfato, così costoro scelsero l’ebraismo e l’imposero alla massa della loro popolazione.

La verità è che la stragrande maggioranza degli ebrei attuali, gli akenaziti, sono di origine kazara, e non possono vantare alcun diritto atavico sulla Palestina. Il fatto di condividere la religione di Mosè non è un titolo sufficiente; normalmente gli stati sono a base etnica, non religiosa; la sola altra eccezione, il Vaticano, è anch’esso un’anomalia, e si tratta d’altra parte di uno staterello di dimensioni molto modeste, che non ha certo la pretesa di riunire tutti i cattolici sotto di sé. C’è un solo popolo che può vantare un diritto ancestrale sulla Palestina, ed è quello “arabo” palestinese. Israele, l’entità sionista non vi esercita altro diritto se non l’uso della forza più brutale e spietata.

Da buon servitore che non dimentica di rendere omaggio propri padroni, il nostro toy premier Matteuccio Renzi si è recentemente recato in Israele a omaggiare l’entità sionista. Per la circostanza, se n’è uscito con una dichiarazione che merita qualche parola di commento: “Israele è le nostre radici e il nostro futuro”.

“Le nostre radici”. Questa è una mezza verità, nel senso che, nonostante tutti gli sforzi compiuti ad esempio dai cattolici tradizionalisti che al riguardo si arrampicano disperatamente sugli specchi, le radici ebraiche del cristianesimo, sono chiare ed evidenti, fuori discussione, ma un europeo profondamente tale che non si riconosce nella religione del discorso della montagna, si renderà altrettanto facilmente conto di non avere alcuna radice in Israele. Le radici dell’Europa non stanno certo lì, sono elleniche, romane, celtiche, germaniche. L’ebraismo e tutto ciò che proviene dal Medio Oriente, cristianesimo compreso, sono per definizione ciò che ci è estraneo e nemico.

L’altra parte della dichiarazione di Renzi, “Israele è il nostro futuro”, si  presta a una lettura diversa: Israele è l’esempio di uno stato in cui gli immigrati (gli israeliani) hanno schiacciato, emarginato, costretto all’esilio, ghettizzato in spazi sempre più ristretti, sterminato senza pietà, soppiantato la popolazione nativa, i palestinesi. E’ quel che accadrà in un futuro più o meno prossimo con gli immigrati che oggi ci invadono? Perlomeno sembra che sia questo che il governo Renzi intende favorire, in obbedienza al potere mondialista e secondo il piano Kalergi. Qui, probabilmente senza che lui lo volesse o se ne rendesse conto, ma la dichiarazione dell’ebetino di Rignano sull’Arno assume il significato di una sinistra profezia.

Questi ultimi tempi ci hanno riservato una scoperta davvero sorprendente, la notizia viene dall’Inghilterra, ed è riportata dal “Daily Mail” del 31 agosto in un articolo a firma di Jennifer Newton. A volte capita di ritrovare nelle biblioteche antichi testi di cui si erano perse le tracce o di cui non si conosceva l’esistenza perché non adeguatamente catalogati. Così, la scoperta avvenuta mesi fa di un antico manoscritto arabo nella biblioteca dell’Università di Birmingham, un manoscritto redatto su pergamena contenente tre sure del corano, dalla diciottesima alla ventesima, è sembrata una scoperta importante ma non eccezionale; tuttavia gli studiosi si sono insospettiti per il fatto che il testo appariva stilato con una grafia particolarmente arcaica, e un team dell’Università di Oxford guidato da Kay Piccolo ha sottoposto il testo a un’analisi al radiocarbonio.

Il risultato è sconcertante, ha fornito una datazione oscillante tra il 568 e il 645, mentre si suppone che il corano non sia stato messo per iscritto se non dopo il 650, in gran parte dopo la morte di Maometto, basandosi su suoi detti tramandati oralmente.

Vi è chiaro quali implicazioni ci potrebbero essere?

Quando, dopo i geroglifici, si riuscirono a decifrare le scritture cuneiformi, fu un brutto momento per il cristianesimo, perché saltarono fuori gli originali di molte storie presenti nella bibbia. Ad esempio la storia di Noè e del diluvio universale, oggi sappiamo che è ricalcata su di un episodio la cui narrazione è contenuta nell’epopea di Gilgamesh. Se la bibbia è opera umana, non c’è nulla di strano che gli ebrei abbiano ripreso narrazioni presenti nelle culture ad essi adiacenti, ma se i suoi autori hanno scritto sotto ispirazione divina, è poco verosimile che questa ispirazione abbia scopiazzato i miti di altri popoli. Ora, nei confronti del corano si può avanzare un’obiezione analoga, dato che alcune sure sembrerebbero essere prese di peso da un testo pre-islamico di cui il “corano di Birmingham” sarebbe la copia giunta fino a noi.

Ma state tranquilli, potete essere certi che di tutto questo, i milioni di mussulmani che esistono nel mondo, saranno tenuti all’oscuro. Con la distruzione delle opere d’arte dei monumenti storici, delle testimonianze del passato, prima i Talebani e oggi l’ISIS dimostrano di avere ben capito una cosa: che l’ignoranza è la condizione più favorevole per la diffusione della loro “fede”.




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