Parole, parole, parole… – Mario Michele Merlino

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deserto

Antica e astiosa polemica, dicotomia, sempre la ragione, tra il pensiero calcolante – la visione del mondo e delle sue determinazioni sta nell’esattezza del prendere le misure squadrare matematizzazione dei dati la scienza la logica pro e contro – e quello riflettente dove ‘l’uomo questo sconosciuto’ soggiace allo stupore (d’origine divina, secondo Platone) accetta il mistero s’inchina al ‘sacro’ libera le emozioni le sensazioni e si predispone all’ignoto che si disvela (forse) si dà alla poesia (illuso di preservare l’esistenza dando il nome a ciò che crea). E, sempre e comunque, s’esprime tramite le idee i concetti la filosofia e le odiose reiterate vili parole. Ricatto, simile a piattola (aggredito nei cessi della stazione di Regensburg, depilato bagno strofinato a cavar la pelle con sapone allo zolfo roseo come un putto. Forse fu qui che mi liberai anche da troppe tante pretese, io esangue figlio d’Occidente), tafano arrogante – Socrate e la sua missione, ipocrita ironia, plebea (Nietzsche docet) consolatoria (trasformato in Sanctus nella preghiera degli umanisti) –, insomma la ragione idra dai mille volti malefici e dai mille e osceni tentacoli.

Con un pizzico di civetteria, che lo caratterizza in ogni suo libro successivo, Ernst Juenger racconta come in trincea, sul fronte occidentale, tra fango fame tanfo di morti bombe nemiche, leggesse L’Orlando furioso di Ludovico Ariosto ‘con infinito piacere’– coabitazione di energie ctoniche e bizzarie di cavalcate verso la luna –. Gli fa eco, con un tono più intellettuale, Pierre Drieu la Rochelle, in un articolo apparso su Je suis partout (3 marzo 1939), a ricordo anch’egli della sua esperienza all’inizio della Grande Guerra: ‘Nella battaglia di Charleroi, fui ferito e dovetti liberarmi dell’equipaggiamento. Fu così che il mio Zarathustra (copia fattasi acquistare dalla madre a quattordici anni) rimase con lo zaino, come un trofeo, sul sentiero di un boschetto a qualche chilometro dalla frontiera belga. Fu bruciato o raccolto da qualcuno? Immagino uno studente tedesco in uniforme fare quella piccola scoperta e scuotere il capo. Decifra qualche nota a margine e si ritrova mio fratello di spirito e tutto sommato anche di sangue’.

Si scrive del sangue, ma l’inchiostro è di colore blu; si scrive del sacrificio, ma lo si fa davanti a una tastiera; si pubblica su Carlo Pisacane, ad esempio, e Filippo Corridoni e Giuseppe Solaro (il riferimento tacito, come si dice, è voluto!), ma sempre dietro una cattedra, armati di registro; ci si commuove per l’ingiustizia sociale e il sudore e le mani nodose e sporche di calcina, ma sulla tavola la tovaglia il piatto con a destra coltello e a sinistra la forchetta… Lavoro intellettuale e lavoro manuale – il primo descrive il mondo (con fiorellini api e tenera erbetta); il secondo feconda la terra con sudore e sperma e dolore; e, sempre il primo giustifica se stesso e si assolve spiegando come vi sia nella rappresentazione del mondo l’atto della sua modificazione, il secondo tacita lo sforzo e trascina la catena (qui Karl Marx e Giovanni Gentile, simili agli studenti cantati da Antonello Venditti, si danno la mano – magari il secondo facendosi perdonare versando il proprio sangue).

Ed io, qui, scrivo articoli e pubblico libri e mi pavoneggio tenendo conferenze… Dal carcere di Regina Coeli, secondo braccio, anno 1971: ‘Parolai!/ V’accuso d’essere parolai/ funamboli/ vani saltatori/ spettacolo per uomini piccoli/ la grandezza/ voi non la comprendete/ chi la comprende m’è accanto./ Salute!/ Io vivo la mia vita/ solo/ la mia torre-ghetto d’avorio/ non potete entrare/ l’ingresso è segreto/ piramide alta/ sbarrate sono le vie d’accesso/ sigilli rossi le chiudono/ essi s’aprono solo per magia/ e per essa appare l’ingresso/ ho mille grondaie/ nella mia casa/ e maioliche di Cina/ e tutti i colori/ la mia casa è coperta/ un’intera montagna la nasconde./ Scavate!/ E’ nulla./ Quanti predoni/ ho lasciato entrare’. (Schizzi di vanità mascherano nascondono compensano contraddizioni. D’altronde è notoria la mia sostanziale modestia di tolemaico). E ancora, sempre a Regina Coeli, dopo il trasferimento al terzo piano dei reparti speciali: ‘Poeta, poeta,/grida pure la tua canzone!/ La mia parola banale/ è più forte;/ la mia poesia/ soffocata,/ svilita/ dall’ignoranza degli uomini,/ la mia parola non riconosciuta/ è splendida ugualmente/ come il Sole/ e come le stelle brillano i miei versi,/ come stelle nel freddo cielo invernale;/ i miei versi scritti/ e quelli solo pensati/ nell’alba solitaria,/ nell’alba che rischiarava l’orizzonte./ Poeta, poeta,/ inginocchiati e riconosciti vinto!/ Poeta diplomato,/ figlio di giorni effimeri,/ io sono più forte’. (Sentenziava Ennio Flaiano – ed io concordo e me ne approprio – come ‘la modestia è il paravento degli imbecilli’. Ergo…).Dovrò decidermi – credo di averlo detto più volte come il saggio non mi interessi più, prediligendo il narrare dove ci si sente più prossimi all’uomo in carne ed ossa – di abbandonare la prima linea di fuoco delle parole (e anche la seconda e, di seguito, fino all’ultima ed oltre là dove l’urlo del silenzio annuncia il linguaggio del corpo), di quelle scritte, come in questo caso, e di quelle parlate di cui amo ancora ascoltare il richiamo e prioritarie rispetto a quelle degli altri. Platone rimprovera, nella parte conclusiva del Fedro, al dio egizio degli scribi,Toth, di aver donato agli uomini l’uso della scrittura ed egli stesso nella VII Lettera (‘…se l’autore è davvero un uomo, le cose scritte non erano per lui le cose più importanti, perché queste egli le serba riposte nella parte più bella che possiede!’) nega d’aver scritto alcunchè. Tutti i dialoghi dovevano essere preda delle fiamme e soltanto la trasgressione dei suoi discepoli li ha consegnati (è stato un bene?) alla storia. Lo stesso aveva chiesto al suo amico, MaxBrod, lo scrittore praghese di lingua tedescaFranz Kafka. Ed affascinante, carico di prospettive inquietanti e ardite, è Essere e Tempo di Martin Heidegger rimasto incompiuto per, ammissione stessa dell’autore, nella impossibilità di adeguare la povertà del linguaggio con la complessità di quanto avrebbe voluto affrontare…

Si racconta come Pirrone di Elide avesse fatto parte della spedizione di Alessandro il Grande, attraversato l’altipiano della Persia e distrutto quell’Impero, spintasi fino alle pianure dell’Indo. Qui egli era venuto a contatto con quelli che i greci chiamavano Gimnosofisti. Probabilmente cultori dello yoga, brahmini, eredi dei ‘veggenti’ (i rishi) che avevano ispirato la grandiosa visione dei Veda. E si narra che uno di costoro, per dimostrare della vita l’inconsistenza, si fosse dato fuoco di fronte a lui. Tornò, dunque, in Grecia e si diede a spazzare il pavimento di casa in assenza della sorella o a vendere al mercato polli e maialini e ad insegnare come bisognasse essere cauti nell’esprimere giudizi, tronfi del proprio sapere ( c’è qualcuno, modulando il tono della voce simile a fisarmonica, con giuste pause d’effetto e sguardo ispirato, che ama sottolineare il suo dire con reiterati ‘importantissimo’!) perchè il bene non è mai il Bene e il male non è mai il Male (secoli dopo Nietzsche proporrà di collocarsi al di là). Diogene Laerzio, a cui si devono tanti aneddoti su i filosofi, veri o fantasiosi poco o nulla contano, scrive che morì alla veneranda età di novant’anni. Una bella età in un tempo in cui si dice che la media della vita fosse ventidue anni…

Antonio era stato fatto prigioniero dagli inglesi durante ‘i giorni di El Alamein’, ai primi di novembre del ’42, quando la divisione corrazzata Ariete era stata annientata. Incolonnato, racchiuso dietro il filo spinato in un quadrato e ovunque distesa di sabbia, simile al nulla. Unica compagnia l’Also sprach Zarathustra, donatogli da un soldato tedesco in punto di morte. Con il trascorrere dei giorni scopri che ‘non sei tu che guardi il deserto, è il deserto che ti penetra dentro…’, seduti ad un tavolino all’aperto, caffè e cappuccino nel centro de L’Aquila, memore di quel crescere del deserto e l’ammonizione di Nietzsche ad evitare che esso ti cresca dentro.E da allora, imparato a leggerlo nei mesi negli anni di prigionia, un solo maestro, il solo oggetto del suo insegnamento… ‘Il Sahara si rivela, ma in noi stessi. Ad esso non ci si accosta visitando un’oasi, ma nel sentimento religioso di una fontana’, così Antoine de Saint-Exupéry, e ciò in quanto ‘all’inizio sembra fatto di nient’altro che vuoto e silenzio; ma solo perché non si dà ad amanti di un giorno’ (Terra di uomini).Amor fati, o tutto o niente. E quel beduino che, ormai allo stremo delle forze, gli inumidisce le labbra inaridite e screpolate – se gli versasse l’acqua direttamente in gola ne morirebbe – rappresenta il linguaggio del corpo e non abbisogna certo di parole, del resto in una lingua a lui sconosciuta.

Parole parole parole: dagli occhi lo stupore, le emozioni poi il filtro della ragione a tradirne l’immediatezza, a obbligare l’ascoltatore, il lettore a decodificarne segno e senso. Mediazione ipocrita e vile e bugiarda. Io, però, pur qui a farne scempio e ironia e derisione, a colpi di sciabola, sputare sentenze e veleno, ed io, qui, irretito come ragno dalla sua stessa creazione, io inquieto funambolo giocoliere illusionista – parole parole e ancora parole… Un cane senza denti, spelacchiato e vecchio, abbaia  non potendo più mordere – bastoni e barricate, odore aspro di lacrimogeni e vivida fiammata della molotov, ritmo incalzante i passi e il cuore e le sirene della celere a rompere il silenzio della notte -, sempre però egli resta un lupo, bastardo e vivo. E gli è concesso, anche a lui il destino l’afferra, di ululare alla luna, magari rabbioso e nostalgico della stagione del bosco e della caccia…




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