‘Quaternary Park’: i mammut ritorneranno in vita?

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Da tempo nella ricerca scientifica, si sta sviluppando una convergenza tra attenzione alla biodiversità e possibilità offerte dalle manipolazioni genetiche.

Un esempio massimo sono i passi avanti compiuti per ‘ridare vita‘ a Mammuths primigenius, meglio noto come il mammut lanoso: il maestoso pachiderma che nell’ultima grande glaciazione ( terminata 10.000 anni fa) era tanto diffuso da essere rintracciabile persino in Italia.

L’ultima notizia in tal senso viene da Harvard, dove un noto genetista, George Church, sta monitorando un interessante studio scientifico.

Di cosa si tratta? Church e i suoi ‘uomini’ hanno anzitutto prevelato dna dal corpo di un antico mammut: non di un fossile, ovviamente, ma di un mammut ( quasi) perfettamente conservato nel permafrost islandese ( il permafrost è il terreno perennemente congelato che caratterizza il suolo di vaste zone del pianeta a “clima microtermico; è celebre il permafrost siberiano, in cui sono conservati perfettamente svariate carcasse di animali anche più antiche dei mammut).

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Carcassa di piccolo mammut; per avere un’idea delle ‘capacità’ del permafrost

In seguito, i ricercatori hanno replicato il genoma ottenuto, e poi, grazie ad avanzatissime tecniche di manipolazione, hanno potuto rimuovere dna da cellule prelevate da un elefante asiatico, e sostituire tale materiale con parti del genoma del mammut. La buona notizia per la ricerca è che, nonostante la ‘traumatica’ sostituzione, le cellule continuano a funzionare perfettamente.

Il professor Church ha spiegato al”Sunday times” che: “Abbiamo dato la priorità ai geni associati alla resistenza al freddo, inclusi quelli associati allo spesso vello, alla taglia delle orecchie, al grasso sub-cutaneo e soprattutto all’emoglobina”.

L’esemplare scelto è stato un elefante indiano, e non uno africano, vista la maggiore distanza tra specie euroasiatiche e africane.

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Eelefante africano e indiano a confronto ( anche se gli africani sono oggi distinti in due specie). La differenza più lampante è la stazza: gli elefanti africani sono molto più grandi

La ricerca non è stata ancora pubblicata su una rivista scientifica, ma Church ha spiegato chiaramente che è ciò che ha intenzione di fare quando avrà perfezionato i suoi lavori.

Se diviene sempre più possibile pensare di poter clonare i mammut, anche senza riuscire a ricavare cellule intere dagli esemplari di millenni fa, molti sono ovviamente i dubbi di carattere etico e pratico che tale scelta comporterebbe.

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Anzitutto, dove ‘piazzare’ questa ‘nuova/vecchia’ specie: il suo areale non potrebbe mai essere vasto come quello che aveva nel Pleistocene, per ovvi motivi legati alla ‘modernità’.
Ma ci sono anche vaste perplessità su come si nutrirà, oppure sulla sua convivenza con i microbi che occupano la Terra nel XXI secolo, diversi da quelli di 30.000 anni fa.

Come spiegava nel suo noto romanzo Crichton, la realtà è un sistema decisamente complesso, ed è facile farsi sfuggire qualcosa. Il rischio della ‘caduta di Icaro’ è sempre dietro l’angolo.
Inoltre, un altro punto, molto etico e contemporaneamente molto pratico si fa strada: in un pianeta che non riesce ad impedire neppure il commercio africano dell’avorio che sta decimando le due specie attuali di Loxdonta, quanto ha senso ( e quanto è ‘controproducente’) preoccuparsi’ del mammut?




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