Shock petrolifero: 160$ a barile se Usa attaccano Siria

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Crolla la produzione globale di petrolio e i prezzi salgono, non ostante lo stato comatoso dell’economia. La crisi siriana potrebbe precipitare Italia e Europa in uno shock petrolifero dagli esiti economici e sociali disastrosi.

“Attualmente stiamo assistendo al crollo dello Stato in Libia, e il paese è sempre più teatro di guerre tra bande per i proventi del petrolio”, dice Petromatrix Group con sede in Svizzera.
Il Ministero del petrolio del paese ha detto che la produzione è scesa a una media di 300.000 barili al giorno nel mese di agosto, in calo di oltre quattro quinti dal suo picco durante il regime di Gheddafi.

“I gruppi di miliziani si comportano come terroristi, usando il controllo sul petrolio come leva politica per ottenere concessioni”, dice il dottor Elizabeth Stephens, di Jardine Lloyd Thompson. Stiamo assistendo alla disintegrazione dell’autorità politica.
Tutto grazie all’intervento militare occidentale di due anni fa. Ed è l’Italia a pagarne le conseguenze maggiorni: più clandestini e meno petrolio.

La Libia è l’esempio più estremo del caos politico attuale nei paesi esportatori di petrolio, caos che sta tagliando la produzione e causando un deficit cronico di approvvigionamento di petrolio. La produzione è crollata in Iraq, Nigeria, Iran, Yemen e Siria, in ognuno dei casi per motivi diversi.

Questo ha tagliato la fornitura globale giornaliera di 1,1 milioni di barili durante lo scorso anno a 92 milioni totali, il che spiega perché i prezzi del Brent sono rimasti alti, nonostante la crisi in Europa e il calo della produzione industriale cinese. A complicare il problema, il petrolio della Libia è uno di quelli di più alta qualità e il genere preferito dai raffinatori europei. E ora arriva la crisi siriana, che ha spinto il Brent a $115, a livelli che di solito infliggono gravi danni economici.

Secondo Bank of America il “deficit globale” di petrolio ha raggiunto i 4 milioni di barili giornalieri e lascia il mondo estremamente vulnerabile a una crisi come quella siriana. La banca ha detto che il risultato più probabile di un attacco americano sarebbe un “picco di breve durata”, tra $120 e $130. Una “prolungata guerriglia stile Vietnam” invece, potrebbe portare ad un salto di 50 dollari, spingendo il Brent a sfondare la soglia drammatica e devastante per l’economia di $160.

L’avvertimento segue un rapporto inquietante di Societe Generale nella persona di Michael Wittner, un ex analista del petrolio per l’agenzia di intelligence degli Stati Uniti e un esperto di questioni geostrategiche. Wittner prevede un aumento dei prezzi del petrolio a $150, se gli attacchi missilistici conducessero ad una deflagrazione regionale, con attacchi di rappresaglia da parte dell’Iran sulle linee di approvvigionamento di petrolio iracheno come rischio principale.

Intanto anche in Iraq la situazione è tornata a catastrofica, con il conflitto inter-etnico tra sunniti e sciiti sempre più sanguinoso. Il caos etnico ha portato la produzione irachena a 2.9 milioni di barili/giorno da 3,2m, ben al di sotto dei livelli previsti. Rendendo di fatto demenziale e utopica la previsione Onu di 8,3 milioni entro il 2035, che sarebbe stato il 50% di tutta la crescita della produzione globale.

A soffrire di più dello shock petrolifero sarebbero i paesi europei rispetto agli Usa,
Stati Uniti nei quali,  la produzione di petrolio e gas da ‘scisti’ ha rapidamente ridotto la dipendenza dalle importazioni di energia. Con l’effetto di rendere le sue azioni da bullo globale meno dannose per la sua economia e quindi più probabili.




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