Profugo è trafficante di armi, protetto dall’Imam di Genova: base logistica in moschea



Il tutto sotto l’ala protettiva di Mohamed Naji, l’imam marocchino ‘di Genova’ che coordina il centro di preghiera di via Castelli, a Sampierdarena, e la moschea di vico Amandorla, in pieno centro storico.

Uno dei libici che tra il 2016 e quest’anno ha fatto la spola tra Tunisi e Genova, sospettato di esportare auto illegalmente dal suo Paese in Europa, è in realtà un trafficante di armi.
Il 22 luglio scorso è stato fermato e arrestato in Francia, q Lione. Nella sua auto, una Toyota fuoristrada con targa e documenti libici, la Gendarmerie ha scoperto una pistola automatica che spara a raffica: una calibro 9, considerata da guerra. Più un machete.

L’arma era nascosta dentro un vano ricavato sopra il copriruota e il libico (che ha lo status di rifugiato) non ha saputo spiegare la provenienza della pistola, tantomeno la destinazione. Il sospetto degli investigatori francesi ed italiani è che quell’arma fosse destinata terroristi islamici che si muovono tra Liguria e Piemonte. Ora il profugo di 27 anni è accusato di “partecipazione ad associazione a delinquere finalizzata alla preparazione di altro reato”: un attentato.

Il profugo è transitato dal porto di Genova almeno 3 volte negli ultimi 12 mesi: la prima nel dicembre 2016, le altre due a gennaio scorso. Quei passaggi sono stati monitorati, sopratutto perché pare che sia legato alla cellula di cittadini nordafricani che ha trovato appoggio logistico nel capoluogo ligure da parte di Mohamed Naji, l’imam marocchino che coordina il centro di preghiera di via Castelli, a Sampierdarena, e per parecchio tempo ha svolto attività anche nella mosche di vico Amandorla, in pieno centro storico.

L’imam Naji è stato il riferimento di Abdelkader Alkourbo arrestato il 31 dicembre 1015 in porto per riciclaggio di auto e il sospetto di svolgere quell’attività per finanziare il terrorismo.

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Nel telefonino di Alkourbo e in quelli dei due connazionali che viaggiavano con lui – Muhammad Mosa e Mohamed Abdel Amar – erano stati trovati elementi che portano gli investigatori a definirli di “evidente e comprovata adesione all’ideologia religiosa islamica radicale”. I tre erano rimasti 40 giorni in cella, poi scarcerati perché per mancanza di prove, e non espulsi, hanno fatto perdere le loro tracce. Rimangono indagati.

Altri tre libici, scoperti quest’anno a luglio, sono indagati in un altro filone, quello cosiddetto degli imam. Il gruppo è finito nel mirino grazie agli elementi raccolti dopo le perquisizioni nell’agosto 2016. Si tratta di 3 predicatori attivi nel centro storico: l’albanese Bledar Breshta e i marocchini Mohamed Othman e, ancora lui, l’imam Mohamed Naji, accusati di associazione con finalità di terrorismo: raccoglievano soldi da inviare a filojihadisti. I due gruppi sarebbero legati tra loro a doppia mandata, così come il profugo arrestato a Lione.

Tutto porta all’imam “di Genova”. Anche la strage di Nizza. Che però non viene arrestato e nemmeno espulso.



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