Birmania: anche i Buddhisti s’incazzano, noi invece no



Il portavoce presidenziale della Birmania ha annunciato che il leader birmano, il premio Nobel Aung San Suu Kyi, diserterà l’Assemblea Generale dell’Onu prevista la prossima settimana a New York. La scorsa settimana il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres aveva annunciato di voler inserire nell’agenda dell’Assemblea la questione dell’espulsione di massa dei musulmani Rohingya, a seguito dell’attacco islamico a caserme di polizia nello stato del Rakhine, nella Birmania occidentale.

Non va a farsi processare da un’istituzione sovranazionale corrotta e totalmente sotto il controllo dei petrodollari islamici. Dove i diritti umani sono presieduti da principi arabi che a casa loro perseguitano chiunque non sia delle loro setta.

Sono oltre 370mila i Rohingya espulsi dalla Birmania e giunti in Bangladesh dal 25 agosto scorso. L’esercito birmano ha reagito agli attacchi dei terroristi islamici risolvendo il problema alla radice. Noi, in Europa, preferiamo continuare a subire stragi e non comprendere che il problema è demografico, e non di ordine pubblico.

I Rohingya sono ex immigrati bengalesi imposti in Birmania dal dominio britannico a partire dal 1871. Dopo un paio di secoli di intervalli tra pace e violenza, inevitabili quando sullo stesso territorio convivono etnie differenti, i buddhisti hanno deciso che era tempo di avere una lunga pace. E la pace la ottieni con la separazione etnica.

BIRMANIA

Quest’ultima crisi è iniziata con il brutale stupro di una donna buddhista da parte di musulmani nel 2013. Poi monaci bruciati vivi:

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E infine, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, il massacro di 72 buddhisti prima del 25 agosto.

Quando una donna come Sun Suu Kyi rifiuta di condannare gli atti dei suoi concittadini contro i ‘migranti islamici’, ci deve essere un motivo. E non si capisce perché, se gli altri li cacciano per i loro ‘comportamenti’, noi li si debba ‘accogliere’, se non per farci del male.



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