Romeni protestano: “Dovete mantenerci come gli Africani”



Il ristoratore ha il cognome belga, la passante è di origine francese, diversi inquilini sono romeni, tutti gli ospiti sono africani. Benvenuti a Cavanella Po, multietnico del Basso Polesine, dov’è in corso una singolare guerra tra poveri al tempo delle migrazioni. La linea del fronte? Una rete, alzata per delimitare l’area a disposizione dei richiedenti asilo, ma che ha finito per restringere gli spazi di pertinenza degli europei dell’Est.

Succede tutto a Borgo Fiorito, complesso ricavato nell’area dell’ex zuccherificio Eridania, che l’imprenditore Antonio Paglianti aveva acquistato nel 1973 con l’intenzione di trasformarlo in un centro vacanze. Il progetto era ambizioso (residence turistico, spiaggia, centro benessere, darsena, oasi naturale), ma era anche legato alla riconversione a carbone della centrale Enel di Porto Tolle. Bloccata quella, è pure scoppiata la bolla immobiliare, sicché i due lunghi caseggiati del compendio sono stati oggetto di fallimento, vendite all’asta, parcellizzazione.

Il risultato è che oggi, nella più piccola delle frazioni di Adria, cittadina martire dell’immigrazione, si contano 32 residenti e 110 ‘profughi’.

Chiediamo permesso per entrare nella struttura di accoglienza, ma il personale della cooperativa Edeco (l’ex Ecofficina, vincitrice di svariate gare in Veneto) ci blocca: «Questa è una proprietà privata».

Ha invece voglia di parlare, e soprattutto di sfogarsi, una coppia romena che vive con i 4 figlioletti negli alloggi al di là della recinzione, che di fatto ha reso disponibile solo per i richiedenti asilo il giardino fino ad allora comune a tutti, alimentando così una tensione che nei giorni scorsi ha richiesto l’intervento dei carabinieri. «Ci hanno rinchiusi qua dentro – lamenta Cristina – perché vogliono che ce ne andiamo. Di affitto paghiamo 270 euro al mese, troppo pochi secondo il padrone, che preferisce arricchirsi con gli africani, denaro sicuro perché garantito dallo Stato». «A loro – rincara George – l’Italia dà tutto: casa, tre pasti al giorno, soldi per le ricariche telefoniche e le sigarette… Noi invece, che siamo europei, non riceviamo niente e dobbiamo anche lavorare. Cosa faccio io? Raccolgo e vendo ferro vecchio».

Gli italiani assediati da fancazzisti africani e rom che ‘lavorano’ raccogliendo ferro vecchio e si lamentano perché vorrebbero essere “mantenuti come gli africani”.

In paese molti pensano che siano proprio i romeni a vendere le bici (rubate) a gambiani, ivoriani, guineani, anche se il sospetto non è comprovato. «Il problema, infatti, non sono cento ragazzi africani sostiene Paglianti, ora titolare di una delle tre società che detengono la proprietà del sito ma quei dieci romeni che avevano trasformato il borgo in un caos, fra sporcizia e ricettazione. Per questo abbiamo messo la rete e attiveremo una sbarra elettronica. Ben vengano invece i profughi: se il Comune non mi avesse messo i bastoni fra le ruote, ne avrei ospitati 300». Non abbiamo dubbi, visto che 35 euro per 300 fa 1.050 euro al giorno, quasi 400 mila euro in un anno. Affaristi.

Il sindaco Massimo Barbujani, alfiere di una coalizione di centrodestra, confida al contrario in una prossima riduzione: «La prefettura si è impegnata a scendere a 50-60, rispettando il parametro di 2,5 migranti ogni mille abitanti, perché non è giusto che l’accoglienza venga scaricata solo su questa parte della provincia. Ora però c’è questo problema della recinzione che fa arrabbiare i romeni. E poi ci sono anche i pirati del Po che vengono dall’Est Europa per saccheggiare il nostro fiume…».

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Devono erigere una barriera elettronica per separare romeni e africani. E poi millantano la bellezza della società multietnica. Non fossero criminali sarebbero dementi. Questi sono piccoli esempi di Jugoslavia che stiamo creando nel nostro territorio per andare dietro alle ossessioni di un manipolo di esaltati etnolesi dell’accoglienza.

Chi non vuole muri alla frontiera è un folle. Perché è il dogma religioso del mischiare i popoli che crea caos, disordine e violenza. La separazione è garanzia di pace.



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