Malata di cancro sfrattata chiede di morire in una casa, come un profugo africano



Brunella S., classe 1966, una vita difficile, una mamma morta di parto, e poi ancora un matrimonio finito in una separazione. Eppure Brunella lotta, lotta per i suoi figli anche davanti al tribunale di Genova senza avvocato e va avanti con un lavoro precario che negli anni diventa sempre più precario. Oggi Brunella convive anche con una malattia oncologica (della quale mostra la documentazione medica, ndr ) grave, pesante: «Me la hanno diagnostica nel 2006 e mi hanno operato: avrei dovuto vivere pochi mesi invece eccomi qua acnhe se la malattia ora si è aggravata. Martedì prossimo subirò lo sfratto dalla casa nell’immobile di Lavacchio dove vivo con mio figlio, 27 anni, che cerca disperatamente lavoro».

A fianco della signora Brunella, nella sua lotta per la casa, ora ci sono anche Francesco Mangiaracina di Forza Nuova e i suoi ragazzi. Brunella lo ha conosciuto ad aprile e da quel momento è entrata nel programma degli aiuti che Mangiaracina svolge con pacchi alimentari. Spiega Mangiaracina: «L’immobile di Lavacchio ha dietro la storia dell’amministrazione Pucci e la signora Brunella è l’ultima a dover lasciare la casa. Non discutiamo il fatto che la signora possa restare in quell’abitazione, ma non può rischiare di andare in una struttura sociale. Ha bisogno di una casa, ha una malattia grave e deve vivere in un appartamento. Inoltre Brunella, come altre famiglie italiane, sta aspettando a gloria che esca il bando per le case popolari. Il 18 luglio saremo con lei a Lavacchio per affrontare questa situazione che si collega a quell’operazione abitativa conosciuta come il “Comune garante“. Non lasceremo che Brunella affronti la malattia senza una casa».

L’appello all’amministrazione comunale lo lancia Brunella: «Voglio morire in una casa. Non posso nella mia situazione affrontare eventualmente altri traslochi. Ho bisogno di una casa e anche di un lavoro compatibile alla mia situazione sanitaria. Ho sempre lavorato per quello che ho potuto. Mio figlio sa fare tutto. Cerca un lavoro. Lui e la sorella quando mi sono ammalata hanno dovuto lasciare la scuola».

Magari uno di quei lavori socialmente inutili che vengono dati ai giovani clandestini africani che manteniamo in hotel. Anche a Carrara.



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