Dalle navi Ong ai campi della ‘ndrangheta – VIDEO

Funziona così: le ONG e gli scafisti di Stato li traghettano dalla Libia, facendo in modo che agli sfruttatori che non vogliono pagare lavoratori italiani, non manchino mai braccia low cost da sfruttare.

«Se ci fermavamo un attimo per riposare il datore di lavoro ci prendeva a calci, ma il lavoro era pesante e continuativo». Un racconto agghiacciante quello del migrante che con coraggio decide di denunciare e di spiegare ai carabinieri le condizioni di sfruttamento ai cui lui e i suoi compagni erano sottoposti. Le indagini contro lo sfruttamento dei migranti – cristallizzate nell’inchiesta della Procura di Cosenza su un centro di accoglienza di Camigliatello silano e su alcune aziende agricole – sono partite proprio dalla denuncia di un migrante contro i suoi datori di lavoro. Le sue dichiarazioni sono state, poi, confermate dai racconti di altri circa 30 migranti, sentiti dai carabinieri e dal sostituto Giuseppe Cava (che ha seguito le indagini assieme al procuratore aggiunto Marisa Manzini, coordinati dal procuratore capo Mario Spagnuolo). Due persone sono finite in carcere e quattro ai domiciliari; per otto sono scattati gli obblighi di dimora. Si tratta di due responsabili del centro di accoglienza e di proprietari di aziende agricole. È il primo caso in Italia di applicazione della nuova legge sul caporalato.

«UNDICI ORE DI LAVORO PER VENTI EURO» Il giovane era ospitato in un centro di Camigliatello ed era stato «reclutato» – per usare le sue parole – da due delle persone coinvolte – assieme ad altri migranti per la raccolta di patate e zucchine tra agosto e settembre del 2016. Il loro orario di lavoro era di undici ore al giorno per un compenso che si aggirava tra le 15 e i 20 euro al giorno. A lui è capitato di essere stato «aggredito» dal datore di lavoro e una volta – ha raccontato – «punito» perché era lento a lavorare: «Così sono stato preso a schiaffi e per una giornata di lavoro mi ha pagato dieci euro».

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PRESO A SCHIAFFI PERCHÉ VAGABONDO Il giovane migrante era sbarcato a Reggio nell’aprile del 2016 e poi ospitato in un cas di Camigliatello: «Un giorno, mentre ero nella piazzetta, si fermò il mio datore di lavoro e mi disse se volevo andare a lavorare da lui per raccogliere zucchine. Accettai perché avevo bisogno di soldi. Vennero con me un connazionale che stava nel mio centro e una mia amica. Lui ci venne a prendere il giorno dopo alle sei e ci portò nei campi. Lavorammo dalle sei alle 17 e a fine giornata lui mi diede quindici euro. E pure ai miei amici. I giorni successivi lui venne a prendere altre sei persone del centro per lavorare e ricordo che un giorno lavorammo tutti dalle sei alle 17 e lui pagò gli altri con venti euro ma a me ne diede solo 10. Quando sono andato a chiedere spiegazioni mi tirò uno schiaffo e mi chiamò vagabondo. Lui ci picchiava a volte e ci tirava calci se ci fermavamo per qualche minuto a riposare. Ma il lavoro era lungo e pesante. Nessuno dei miei amici ha denunciato perché tutti noi abbiamo bisogno di guadagnare qualcosa».

Qualche demente vuole ripopolare la Calabria con questi utili personaggi. Il motivo è evidente: sono finanziati dalla ‘ndrangheta. Che altrimenti dovrebbe assumere persone locali pagandole il giusto, oppure investire in tecnologia: non sia mai, i giovani cervelli calabresi devono espatriare.


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