Multinazionali contro Trump: costrette a pagare lavoratori



Panico a Silicon Valley, tra i sultani delle multinazionali tech: hanno criticato il decreto del presidente degli Stati Uniti Donald Trump che blocca parte dell’immigrazione. Il motivo è ovvio: dovranno pagare i propri dipendenti il giusto.

“La Apple non esisterebbe senza gli immigrati, non prospererebbe e crescerebbe come succede ora”, dice l’amministratore delegato Tim Cook, abituato a produrre in Cina e ad assumere programmatori indiani low-cost.

Secondo il numero uno della Apple, la società si è già messa in contatto con la Casa Bianca per cercare di spiegare la negatività degli effetti del decreto. Ma sono già risaputi, lo sanno anche le migliaia di programmatori locali sostituiti e costretti in questi anni ad ‘addestrare’ i loro sostituti asiatici.

Anche il cofondatore di Uber, Travis Kalanick, ha espresso preoccupazione per la politica migratoria del presidente, sostenendo che il suo staff è a rischio. Secondo Kalanick, il decreto interessa “migliaia di autisti.”
Uber, che prospera grazie alla presenza di clandestini, come farebbe, senza?

Alle critiche si sono uniti anche l’amministratore delegato della Netflix Reed Hastings e il creatore di Twitter Jack Dorsey, che hanno affermato che le loro società hanno avuto successo grazie al lavoro degli immigrati. Dorsey ha detto che il nuovo decreto danneggia l’economia. La loro, economia.

In precedenza il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg aveva detto che “gli Stati Uniti sono una nazione di immigrati” e dovrebbero essere fieri di esserlo. Forse perché lui ha deciso di ‘migrare’ alle Hawaii e sfrattare qualche centinaio di indigeni dalle loro terre.

Trump è stato eletto dal popolo. E’ il campione dei vinti dalla Globalizzazione, quella classe media devastata da delocalizzazioni e immigrazione, loro, i sultani di Silicon Valley, avevano puntato sull’altro candidato, lo hanno ricoperto di soldi, comprato: e hanno perso.



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