Bello FiGo incita allo stupro di donne bianche

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I media di distrazione di massa vogliono far passare il rapper swag (ovvero demenziale) come un artista incompreso dalle masse italiche razziste e discriminato perché ‘negro’. Le sue, secondo i satiri danzanti del giornalismo italiano, sono “intelligenti provocazioni”.

Il ghanese – tutta la crème arriva da quelle zone dell’Africa Occidentale – ha iniziato la sua carriera come Gucci Boy, con canzoni su YouTube dal titolo: “Mi faccio una segha, Stasera scopo, Culo, Tette, Pompini, Mi faccio tua mamma, Ce l’ho grosso, Ho scopato la sua ragazza”. E pensare ch YouTube censura ogni video che minimamente non celebra l’immigrazione.

Dopo che la casa di moda Gucci lo ha invitato a cambiar nome, si è ribattezzato Bello FiGo. Perché una cosa grande ce l’ha, l’ego.

Nella canzone “Non pago affitto”, Bello FiGo spiega il mondo dei profughi in fuga dalla guerra: «Io non pago affitto», «Appena arrivati in Italia abbiamo case, macchine, fighe», «Io non faccio l’operaio / Non mi sporco le mani», «Sono un profugo», «Matteo Renzi ha detto che è casa nostra / quindi tutti i miei amici votiamo tutti Pd», «Io dormo in albergo a quattro stelle», «Vogliamo wifi e anche stipendio».

Un modo, dicono ancora i media di distrazione di massa, per “distruggere gli stereotipi sull’immigrazione”. Prima spiegate a Bello FiGo cosa è uno stereotipo.

Anche perché Bello FiGo, ospita di Dalla vostra parte, ha affermato di cantare cose vere, cose che i suoi «amici profughi » pensano, e di farlo «tramite le canzoni per difenderli un po’».

Ai cittadini di Rosarno in collegamento, persone che vivono in una palazzina senza acqua, luce e riscaldamento e facevano presente «al signor rapper che l’affitto glielo paghiamo noi con le tasse», ha risposto: «Va bene lo stesso, l’importante è che ce l’abbiamo».

Scrive Gemma Gaetani su “la Verità”

C’è però un aspetto di questa faccenda che finora è rimasto sottotraccia, ma che è fondamentale per capire come sia ridotto questo nostro Paese. In Non pago affitto, Bello FiGo non si limita a dire che gli immigrati vogliono il wi-fi e non hanno intenzione di lavorare. Ma pronuncia frasi come (perdonate ancora la volgarità, ma il testo bisogna conoscerlo per intero): «Noi vogliamo le fighe bianche / scoparle in bocca», «Ho bisogno di una figa bianca / perché la mattina mi sveglio sempre con il c…o duro».

Poi la minaccia: «Un sacco di fighe bianche saranno scopate», «apri la bocca ti lancio un po’ di pioggia». Questa è un’istigazione maschilista all’odio verso le donne. Le donne bianche, per la precisione: quindi è anche discriminazione razziale. Questo è, inoltre, sessismo, cioè concezione oggettuale della donna intesa come mero sfogatoio di impulsi sessuali. Il tutto è ancora più grave perché Bello FiGo pone in canzone il diritto a reclamare una cosa che realmente accade.

Secondo il Dossier statistico immigrazione 2016 realizzato dal centro studi Idos, gli stranieri in Italia commettono il 38,7% delle violenze sessuali (un’incidenza 6 volta quella degli Italiani). Le cronache, nel corso degli ultimi anni, ci hanno dato notizia di stupri, aggressioni e molestie di ogni tipo. Non solo a Colonia, ma pure nel nostro Paese. Eppure Bello FiGo non si fa alcun problema nel prendersi gioco delle donne italiane che vengono abusate e maltrattate. Come si sentirebbe Bello FiGo se un italiano cantasse le stesse cose rivolte alle donne profughe? A sua madre?

Viene da chiedersi anche dove stiano i volenterosi difensori della dignità femminile, sempre pronti a gridare al femminicidio e al sessismo laddove magari non c’è, e a mettere la testa sotto la sabbia quando c’è ed è di matrice non italiana. In questo caso, tacciono.

Perché Bello FiGo appartiene a una minoranza, per quanto aggressiva e predatrice. Poiché si atteggia a profugo, tutto gli è concesso. Può dire quello che vuole, può farsi beffe all’infinito degli italiani e, soprattutto, delle donne italiane come me e moltissime altre. Le cui tasse pagano davvero la sua accoglienza.

Ad esempio, Boldrini dov’è?




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