Cina firma inutile accordo su emissioni CO2



Usa e Cina hanno aderito formalmente al ridicolo accordo sul clima siglato a Parigi su iniziativa dell’Onu per la riduzione dei gas serra: è stato il presidente Barack Obama ad annunciarlo ad Hangzhou, a stretto giro dalla mossa analoga resa pubblica da Pechino. Insieme Cina e Usa producono il 38% di emissioni di C02 nel mondo.

L’accordo di Parigi, raggiunto a dicembre scorso da 195 Paesi, entrerà in vigore quando sarà ratificato da almeno 55 Paesi che producono un totale del 55% delle emissioni globali. Prima della Cina, solo 23 Paesi – che rappresentano solo l’1% delle emissioni – avevano ratificato o aderito all’accordo, secondo il World Resources Institute.

E’ un accordo che serve a nulla. Il vero problema è l’inquinamento, non il ‘gas serra’. L’inquinamento che devasta l’ambiente, e che non viene toccato dalla riduzione delle emissioni di CO2, imposto dai fanatici del ‘global warming’, in realtà causato dall’attività solare, non certo da quella umana.

L’industrializzazione improvvisa senza controllo, con migrazione di interi comparti produttivi dall’Occidente alla Cina è alla fonte di questa catastrofe ambientale.
In Cina non esistono i vincoli ambientali che esistono da noi, sono un costo immediato che le multinazionali non vogliono sostenere e che il governo cinese è felice di non imporgli anche perché, in quel caso, con la Globalizzazione, non farebbero altro che “migrare” in un’altra zona del pianeta più “multinazionale-friendly”. E questo è il motivo per il quale la competizione che la Globalizzazione – che è libera circolazione di uomini e prodotti senza barriere – ci impone con i paesi come la Cina, è insostenibile. A meno di non “adattarci” alle condizioni cinesi: già in parte avviene a Taranto, dove si deve barattare la salute con un lavoro.

Che la Globalizzazione sia insulsa e dannosa, lo spiega un piccolo esempio: abbiamo Luca e Kim, il primo è benestante, il secondo povero. Il primo lavora 8 ore al giorno in un ambiente comodo e non inquinato. Il secondo non lavora. Un giorno la società A, convoca i due e mette il lavoro di Luca “all’asta”…Il resto lo immaginate da soli, ed è in estrema sintesi ciò che avviene con la Globalizzazione in termini macroeconomici.

Queste immagini e l’incidenza che ha il cancro in ampie zone della Cina – già definite “villaggi del cancro” – ha anche delle enormi ricadute economiche sulla Cina stessa, che manifesteranno la loro gravità negli anni a venire, impedendo alla Cina di divenire una nazione ricca. La Cina non diverrà ricca secondo i parametri occidentali, perché l’impatto dell’inquinamento avrà effetti devastanti sulle sue – già scarse – risorse idriche e sulla salute dei propri cittadini. La salvaguardia ambientale – che è certamente un costo immediato – si ripaga poi nel tempo. E’ tempo che il consumo dell’ambiente entri nel calcolo della ricchezza prodotta, perché fare come la Cina, e far crescere il Pil del 10% annuo consumando a ritmo forsennato le proprie risorse ambientali, significa poi dover sostenere costi futuri che abbasseranno il Pil nel tempo.

La globalizzazione è un disastro ecologico che i cinesi pagheranno negli anni a venire.

Il cosiddetto ‘miracolo cinese’, è solo crescita rubata al futuro sotto forma di distruzione ambientale. Facile crescere in modo illusorio, quando produci a costi ridicoli sfruttando schiavi e devastando il territorio perché chi produce non ha costi di depurazione. Ma dura poco.

In sintesi la Globalizzazione impoverisce le nazioni ricche e arricchisce in modo illusorio quelle povere. Le élites delle prime e delle seconde si arricchiscono invece entrambe perché possono godere, potendo spostare liberamente uomini merci e loro stessi, delle condizioni più favorevoli di entrambe le situazioni: produrre dove costa meno, vendere dove conviene di più e vivere dove non si inquina.



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