La coop degli stupri si dota di un ‘codice etico’



Oggi pomeriggio è fissata l’assemblea dei soci per la valutazione e l’approvazione del codice etico nel quale, secondo quanto si legge nella “Premessa”, sono stati trasfusi i valori fondanti della cooperativa agricola di Vicchio: “Eguaglianza, autosufficienza (il fare da sé), solidarietà, equità, responsabilità e innovazione”. Nel capitolo dedicato ai “Valori” si legge che “in coerenza con la propria visione etica di fondo la cooperativa promuove il valore della persona attraverso il rispetto dell’integrità fisica, culturale e morale,… sostiene e rispetta i diritti umani,… garantisce la libertà di associazione di tutti gli addetti,… rifiuta ogni discriminazione in base all’età, al sesso, alla sessualità, allo stato di salute, alla razza, alla nazionalità, alle opinioni politiche e alle credenze religiose,… si impegna a impedire ogni forma di mobbing e di sfruttamento del lavoro… ed a riconoscere la tutela e la valorizzazione delle risorse umane.”

Somiglia molto alla società moderna, non è vero? Questo dovrebbe inquietarci. Dovrebbe inquietarci che dietro quel tipo di parole, tutte in stile neolingua orwelliana, si nasconda quello che è accaduto in questi decenni al Forteto: anticipazione di quello che sta accadendo oggi, nella nostra società.

Fiesoli ha vinto, il suo modello di comune dove i valori sono rovesciati si sta facendo strada nella società: il Forteto siamo noi tra qualche anno. L’uomo era in anticipo sui tempi, o forse era ‘un esperimento’ da allargare lentamente, come un cancro al tessuto sociale generale. Quello che prima era ‘anormale’ sta diventando lentamente sempre più accettabile: per intontimento etico’, instillato nell’individuo dal dolce veleno dei cosidetti ‘diritti’.

La donna che ha denunciato i metodi “educativi e terapeutici” del fondatore Rodolfo Fiesoli e di altri membri della comunità, obietta che da anni, personalmente e tramite avvocato del lavoro, chiede invano la rendicontazione del suo trascorso lavorativo e i motivi del suo demansionamento: quando osò esprimere il suo dissenso fu minacciata e costretta ad andarsene da quella che per 30 anni era stata la sua casa. Ha continuato a lavorare al Forteto fra mille difficoltà ed ostracismi. Qualche mese fa comunicò al presidente Morozzi l’intenzione di dimettersi da socia della cooperativa. La risposta fu: “Se interrompi il rapporto di socio s’interrompe anche il rapporto di lavoro”.

Stefano Morozzi non è fra gli indagati ma neppure fra coloro che hanno preso le distanze dal “sistema” che si era instaurato nella comunità e che includeva fra l’altro il lavoro minorile. Sua figlia Sara, nata prima che si costituisse la cooperativa, ha sentito il bisogno di formarsi una famiglia e di avere dei figli, perciò anni fa è uscita dal Forteto, dove sin dalla fondazione sono stati scoraggiati i rapporti fra uomo e donna, anche fra marito e moglie, tanto che per trenta anni nella comunità non sono nati bambini. Al processo ha raccontato, fra l’altro, che ai tempi della scuola lei e gli altri bambini affidati al Forteto andavano “a lavorare nei campi, a raccattare le zucchine, a sarchiare i cavoli, a raccattare asparagi… da più piccolini. Poi da più grandi, cioè alle scuole medie, si andava in caseificio quando si tornava da scuola e si restava fino alle sei di sera e poi si tornava per fare i compiti”. Forse per questo in seconda superiore fu bocciata. Avrebbe voluto continuare a studiare ma in comunità decisero che era meglio che andasse a lavorare, prima al caseificio, poi al negozio. “Ricordo – ha raccontato – che mio padre avrebbe avuto piacere che continuassi a studiare, però non credo che abbia fatto niente”.



Lascia un commento