Panico in questura: Rom con la Tubercolosi pretende ‘permesso’



DECINE I POSSIBILI CONTAGIATI: ERA STATA DIMESSA CON ‘OBBLIGO’ ISOLAMENTO IN CAMPO NOMADI…

Una giornata ‘renziana’ all’ufficio Immigrazione della Questura di Roma, a Tor Sapienza.

Una zingara infetta da Tubercolosi si è presentata allo sportello, con altri 85 immigrati.

Sono stufi della dilettantesca e criminale gestione dell’immigrazione da parte di Al Fano e Renzi gli agenti di polizia della sezione ‘profughi’ – c’è anche una sezione profughi! – di via Cutini.

«Nell’ufficio non è scoppiato il panico solo grazie alla professionalità dei colleghi», dice Assuntino Macchia, membro del direttivo provinciale del Siulp, uno degli agenti che si è trovato a dover gestire una situazione paradossale e pericolosa, faccia a faccia con una montenegrina affetta da tubercolosi polmonare bacilifera, che invece di essere sott’osservazione al San Camillo Forlanini, ha pensato bene di recarsi in via Cutini per chiedere un permesso di soggiorno per motivi umanitari.

L’allarme contagio è scattato alle 14. La donna, ospite di Marino in un campo namadi del Comune, era stata incredibilmente dimessa dal reparto Malattie infettive dell’ospedale Forlanini il 24 luglio scorso con l’obbligo – e qui possiamo ridere tutti insieme – dell’isolamento respiratorio domiciliare, in un campo nomadi.

Quella dell’isolamento domiciliare, è una grave prescrizione medica che si applica sono in casi ad altissimo rischio di contagio. Ma ‘proporlo’ ad una zingara è demenziale come la società nella quale viviamo. Dove comportarsi in modo differente a seconda dell’interlocutore è considerato ‘rassista’. E così, non si obbliga la zingara all’isolamento, ma ci si fida che segue le regole sanitarie in modo volontario: dementi.

L’isolamento respiratorio domiciliare prevede: «Dormire e mangiare in una camera separata dal resto della casa da una porta chiusa; l’utilizzo obbligatorio della mascherina; l’areazione del bagno dopo l’uso e il divieto assoluto di uscire da casa se non per controlli clinici».

«Come è possibile – si chiede Macchia – che un ospedale dimetta una persona malata di Tbc con l’obbligo dell’isolamento respiratorio domiciliare, sapendo di trovarsi di fronte a una nomade residente in un campo nomadi? Non sanno i medici che nella maggior parte dei campi non ci sono case ma baracche? Non sanno che nelle baracche non ci sono né stanze né porte? Sanno lì al Forlanini che nei campi nomadi ci sono bagni chimici e non stanze da bagno?».

«La signora si è presentata in via Cutini con una mascherina non idonea e ha atteso in sala insieme ad altre 85 persone, tra cui c’erano dei bambini. Una sala che riusciva a malapena a contenere quelle persone. Poi, quando è arrivato il suo turno, davanti allo sportello si è tolta la mascherina per parlare con i nostri operatori. Solo allora, alla domanda del perché portasse la mascherina, abbiamo saputo che era affetta da Tbc».

A richiesta degli agenti, la Asl Roma B, ha risposto poco dopo con un ‘fax’: «Nel quale ci chiedeva i nomi delle persone che erano state a contatto con lei. Anche questo non era possibile saperlo. Alcuni avevano sbrigato le pratiche ed erano già andati via».

Agli agenti non resta che portare lontano dalle altre persone la montenegrina, indossare le mascherine e chiamare il 118.

«In casi come questi – spiega ancora Macchia – non sappiamo agire. Sappiamo solo che bisogna mantenere la calma. Non esiste un protocollo su come bisogna comportarsi in questi casi. Abbiamo mascherine inutili, come quella che indossava la donna con la Tbc. Il personale del 118 ci ha detto che avere o non avere questo tipo di mascherine è la stessa cosa. Qui non abbiamo neanche il disinfettante. Un collega è dovuto andare al supermercato a comprare uno di quelli che si usano per pulire i bagni. L’unica cosa che ci hanno detto dal Viminale è stato di fare un elenco degli agenti entrati in contatto con la donna. Ma si rendono conto, ai piani alti, di quante persone passano ogni giorno nel più grande ufficio per l’immigrazione d’Italia? Quanti potenziali malati? E si risparmia pure sulle donne delle pulizie. Qui puliscono un giorno sì e l’altro no!».

Poi, gli agenti sono costretti ad andare tutti al Policlinico Umberto I, dove era stata trasportata poco prima la zingara, per sottoporsi tutti alla profilassi.
E la zingara? «Non c’è – rispondono i medici – È scappata».

Benvenuti nel meraviglioso mondo di Al Fano e Renzi. E questo è solo un caso tra tanti con il quale la Tubercolosi si diffonde in Italia: attraverso zingari e immigrati che si muovono senza controlli.



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